Dolore al ginocchio: cause reali, segnali clinici e quando intervenire con la fisioterapia

Il dolore al ginocchio è uno dei problemi più comuni che tratto nel mio studio di fisioterapia a Firenze e, in generale, una problematica diffusa essendo il ginocchio una delle articolazioni più sollecitate del corpo. A volte serve intervenire più rapidamente che altre ma, in ogni caso, aspettare che passi da solo dopo giorni o settimane di attesa non è sicuramente una soluzione.

Se ti trovi in questa situazione, con questo articolo vorrei aiutarti a capire cosa sta succedendo davvero al tuo ginocchio e quando ha senso intervenire col supporto di un fisioterapista.

INDICE


Quando il dolore al ginocchio è davvero un problema articolare

Quando un paziente arriva nel mio studio per il dolore al ginocchio, la prima cosa che valuto è se il dolore viene effettivamente da lì o se è solo il punto in cui si manifesta un problema che ha origine altrove. Questa distinzione cambia completamente l’approccio terapeutico iniziale. A volte, un’anca ipomobile, una lombalgia cronica o un appoggio asimmetrico del piede possono generare dolore al ginocchio, in assenza di condizioni a carico di quest’ultimo.

Dolore da struttura vs dolore da carico

Un dolore strutturale nasce da una condizione reale: una meniscopatia, un’artrosi avanzata, una rottura legamentosa. Un dolore funzionale nasce invece da un problema di carico (troppo o troppo poco) o controllo motorio: qui il ginocchio lavora in modo scorretto perché, a loro volta e per primi, anca, coscia o piede lavorano in maniera scorretta. In entrambi i casi il dolore è reale, ma il trattamento è molto diverso. Confondere i due è uno degli errori più frequenti che porta ad un protrarsi del dolore ed una spesa economica non da poco conto.

Perché fa male il ginocchio? Le condizioni più frequenti che vedo ogni giorno in studio

Osservando la distribuzione dei casi che tratto a Firenze, emergono alcune condizioni ricorrenti: buona parte riguarda la sindrome femoro-rotulea e meniscopatie di varia entità, seguono poi le tendinopatie da sovraccarico e l’artrosi. A queste si aggiungono spesso manifestazioni secondarie come versamenti articolari e cisti di Baker, che non sono condizioni a sé ma la risposta dell’articolazione a uno dei problemi elencati sopra o a un trauma.

Gonfiore ed edema 

Il gonfiore al ginocchio non è mai un problema a sé: è sempre la risposta dell’articolazione a qualcos’altro. Può comparire in modo acuto dopo un trauma (caduta, distorsione, colpo diretto), oppure in modo progressivo e ricorrente nel caso di patologie infiammatorie croniche. C’è anche il gonfiore post-chirurgico, che fa parte del normale processo di guarigione ma va gestito con attenzione per non rallentare il recupero. In tutti i casi, ignorarlo significa ignorare il segnale che l’articolazione sta inviando.

Lesione o sofferenza meniscale

Nei casi di meniscopatia, il dolore è localizzato ai lati del ginocchio (interno o esterno, anteriore o posteriore) e può derivare da un trauma distorsivo o dall’usura progressiva. Quando si parla di menisco si pensa subito alla chirurgia, ma la scelta giusta dipende dal tipo di lesione.

Se la lesione è strutturale, in particolare la lesione “a manico di secchio”, quasi sempre causata da un trauma distorsivo, la valutazione ortopedica è necessaria per capire se l’artroscopia sia indicata: è l’unico tipo di lesione meniscale per cui la chirurgia è oggi considerata la via principale. Se invece si tratta di una sofferenza meniscale da usura progressiva, la fisioterapia è quasi sempre il punto di partenza corretto. Il segnale più utile per orientarsi non è l’intensità del dolore, ma la sua localizzazione precisa e la presenza di blocco o cedimento durante la rotazione: questi due elementi, più di qualsiasi esame, mi dicono quale strada prendere.

Sindrome femoro-rotulea

Qui il dolore è generalmente localizzato nella parte davanti al ginocchio, e si riscontra spesso nei runner, nei ciclisti e in chi fa sport con salti ripetuti, anche se può colpire anche chi lavora seduto a lungo e riprende l’attività fisica con una cattiva gestione del carico. La causa principale qui non è il ginocchio: è un problema di controllo motorio tra quadricipite, anca e core. Trattare solo il ginocchio senza correggere il pattern di movimento non risolverebbe nulla a lungo termine.

Tendiniti e sovraccarichi funzionali

Alcune strutture interne del distretto del ginocchio (come il tendine rotuleo, la zampa d’oca, il bandelletto ileo-tibiale) si irritano quando il carico supera la loro capacità di adattamento o a causa di posture prolungate, ma c’è una differenza importante tra infiammazione vera e irritazione da carico: la prima risponde al riposo, la seconda peggiora con il riposo prolungato e migliora con il movimento guidato.

Artrosi del ginocchio (gonartrosi)

L’artrosi rappresenta l’assottigliamento della cartilagine ed è tipica nei pazienti over 60, spesso accompagnata da gonfiore visibile. In realtà a causare il dolore non è solo l’usura ma un ciclo difficile da interrompere: 

Dolore → Riduzione del movimento → Perdita di forza muscolare → Aumento del carico sull’articolazione non dolente → Più dolore.

La velocità con cui si perde massa muscolare quando si smette di caricare il ginocchio viene spesso sottovalutata. Interrompere quel ciclo è possibile attraverso esercizio mirato e terapia strumentale. Questo può fare tutta la differenza tra un paziente che si opera e uno che invece non ne ha più bisogno.

Cisti di Baker e versamenti articolari

La cisti di Baker è un accumulo di liquido sinoviale nel cavo popliteo che causa solitamente dolore dietro al ginocchio. Non è però una diagnosi ma è un sintomo: il liquido si accumula perché l’articolazione è irritata per un’altra ragione (che sia un’artrosi, una meniscopatia o un’infiammazione cronica), pertanto trattarla senza identificare la causa primaria è inutile.

Fisioterapia strumentale tramite laser terapia ad alta frequenza nello studio a Firenze Sud del dottore Guido Baroni

I sintomi da non sottovalutare che orientano davvero la diagnosi

Ci sono caratteristiche del dolore al ginocchio che aiutano molto a capire cosa sta succedendo, prima ancora di qualsiasi esame strumentale. Vediamo le più frequenti.

“Il ginocchio fa male quando lo piego o lo estendo”

È uno dei sintomi che sento descrivere più spesso, ma la sua origine cambia molto a seconda del contesto. 

Un dolore anteriore che compare scendendo le scale o dopo una lunga seduta fa pensare alla sindrome femoro-rotulea: il problema è nel modo in cui la rotula scorre nel suo allineamento sotto carico. Un dolore laterale o interno che si acuisce con la rotazione o in posizione accovacciata è invece più indicativo di sofferenza meniscale. Quando il dolore compare soprattutto durante l’estensione finale e si accompagna a rigidità mattutina, il pensiero va all’artrosi. In ogni caso, queste indicazioni aiutano a capire da dove partire ed è sempre necessaria una valutazione clinica.

Dolore in movimento vs dolore a riposo e di notte

Il momento in cui compare il dolore spesso mi dice più della sua intensità: il ginocchio che protesta solo quando aumenta il carico racconta una storia diversa dal ginocchio che fa male anche fermo. Il dolore al ginocchio di notte o a riposo, indica un’infiammazione attiva che non aspetta lo stimolo meccanico per manifestarsi. Questa seconda situazione richiede attenzione più urgente. 

Ginocchio gonfio: quando è un segnale di allarme

Un ginocchio che si gonfia rapidamente dopo un trauma (nelle prime 2 ore) può indicare un’emorragia articolare e richiede valutazione ortopedica. Un gonfiore graduale che si ripresenta dopo l’attività è quasi sempre legato ad artrosi o infiammazione cronica. Il versamento articolare ricorrente danneggia la cartilagine nel tempo: non va ignorato.

Blocchi, click e instabilità

Un click isolato e indolore non è quasi mai un problema. Quando il ginocchio si incastra e non riesce ad estendersi però può indicare un frammento meniscale mobile e merita una valutazione rapida. La sensazione di cedimento sotto carico va sempre approfondita.

“Il dolore iniziale al ginocchio è spesso sottovalutato. Intervenire nei primi giorni consente di ridurre l’infiammazione e prevenire compensi posturali che nel tempo peggiorano il problema.”

Guido Baroni, fisioterapista

I 3 errori che peggiorano il dolore al ginocchio nei primi giorni

1. Riposo totale prolungato. Fermarsi completamente per più di 3-4 giorni, salvo trauma acuto grave, è quasi sempre controproducente. Tendini, muscoli e cartilagine hanno bisogno di stimolo meccanico per guarire. Il riposo totale riduce il dolore nel breve periodo ma rallenta la guarigione e aumenta la perdita di forza, talvolta la causa originale del problema.

2. Ripresa troppo precoce dell’attività. Tornare ad allenarsi appena il dolore diminuisce, senza adeguare il carico alla nuova capacità della struttura che si è appena ripresa dall’infortunio, porta quasi sempre a una recidiva più grave della prima.

3. Uso scorretto di ghiaccio e antinfiammatori. Il ghiaccio è utile nelle prime 24-48 ore su un trauma acuto. Usarlo cronicamente su un dolore da sovraccarico può rallentare i processi di riparazione. Gli antinfiammatori riducono il sintomo ma non la causa: usati troppo a lungo, mascherano i segnali che il corpo manda e rischiano di far fare al paziente cose che non dovrebbe.

trattamento del dolore al ginocchio con il fisioterapista in studio a firenze

Quando il dolore al ginocchio non nasce dal ginocchio (e come lo riconosco nella pratica clinica)

Una parte importante dei pazienti che vedo in studio arriva con una diagnosi già impostata sul ginocchio, ma con un comportamento del dolore che non torna con i classici quadri articolari. In questi casi il ginocchio è spesso il punto finale di una catena di compensi, non la causa primaria del problema.

Un esempio frequente è la limitazione della mobilità dell’anca, in particolare nella rotazione interna: quando l’anca non si muove correttamente, il ginocchio è costretto a “compensare” durante ogni passo, soprattutto nelle attività ripetute come corsa o camminata veloce.

Un altro caso molto comune è legato alla riduzione dell’attivazione del CORE, spesso associata a lombalgia cronica o sedentarietà prolungata. In questo caso il ginocchio deve compensare la mancanza di stabilità ai livelli più alti e “lavora male”.

Anche il piede gioca un ruolo decisivo: una riduzione del controllo dell’arco plantare modifica l’intera cinematica dell’arto inferiore, alterando la distribuzione delle forze lungo la catena cinetica.

Clinicamente, la differenza non la fa solo il dolore riferito dal paziente, ma ciò che emerge durante l’osservazione del movimento:

  • squat
  • cammino
  • discesa di un gradino

Se il dolore cambia significativamente con piccole modifiche del gesto motorio, è spesso un segnale che il problema non è esclusivamente locale. In questi casi, trattare solo il ginocchio porta miglioramenti temporanei, ma non risolve la causa.

Quando serve davvero il fisioterapista (e quando no)

Prima che il dolore diventi cronico: il momento in cui la fisioterapia ha più impatto è nei primi giorni dall’esordio del dolore. Intervenire nei primi giorni permette di ridurre l’infiammazione, impostare il carico corretto ed evitare i compensi posturali e motori che, se si consolidano, richiedono settimane per essere corretti. I pazienti che arrivano subito, hanno percorsi mediamente molto più brevi rispetto a chi aspetta.

Nei casi di infortuni sportivi è raccomandata ancora maggiore tempestività dove le prime 48 ore sono decisive. Il protocollo attuale prevede protezione e carico ottimale precoce (non riposo assoluto né ghiaccio prolungato!). Prima si imposta il percorso, prima torni a fare quello che ami. Approfondisci il recupero dopo infortuni al ginocchio.

In caso di artrosi. Seguo regolarmente pazienti con artrosi al ginocchio orientati verso la protesi. Dopo un percorso strutturato su rinforzo muscolare e gestione del carico articolare, molti ritrovano una funzionalità tale da non sentire più la necessità di operarsi, almeno non nell’immediato. Non è la regola, ma accade abbastanza frequentemente da rendere questo percorso meritevole di tentativo prima della sala operatoria. In caso il percorso non si rivelasse risolutivo al 100%, è comunque di preparazione all’intervento e propedeutico ad un migliore decorso post-operatorio.

Quando è necessario l’ortopedico

Nei casi di gonfiore acuto post-traumatico nelle prime ore, sospetta rottura legamentosa completa, blocco meccanico articolare, dolore notturno con febbre: in questi casi mando il paziente dall’ortopedico prima di procedere. Spesso comunque lavoriamo insieme.

Le terapie che utilizzo per trattare il dolore al ginocchio

Tecarterapia: indicata per meniscopatie, tendinopatie e recupero post-infortunio. La uso nella fase subacuta, quando il lavoro attivo può già iniziare ma il tessuto ha ancora bisogno di supporto.

Laser ad alta potenza: prima scelta nella fase acuta di tendiniti e borsiti. Riduce il dolore rapidamente e abbassa la soglia infiammatoria, permettendo di iniziare prima il lavoro riabilitativo attivo.

Magnetoterapia: efficace nei quadri di gonartrosi e nei processi infiammatori cronici. Stimola la microcircolazione e la riparazione cartilaginea, in genere in sinergia con la terapia farmacologica.

L’esercizio terapeutico: la base di tutto. Tutte le terapie strumentali sono strumenti di supporto. Il lavoro che fa davvero la differenza, e che la ricerca continua a confermare, è l’esercizio terapeutico mirato. Le linee guida EULAR 2024 indicano l’esercizio come trattamento di prima linea per l’artrosi del ginocchio. Nel mio protocollo, il rinforzo di quadricipite, gluteo e muscoli stabilizzatori è sempre presente, indipendentemente dalla patologia. Scopri come strutturo il percorso di riabilitazione sportiva nel mio studio.

Tre casi di dolore al ginocchio dal mio studio

Quando il problema non era il ginocchio: recupero di un runner con dolore femoro-rotuleo

Marco, 38 anni, aveva ridotto gli allenamenti per tre mesi senza miglioramenti. Il dolore, localizzato nella parte anteriore del ginocchio destro, era comparso dopo un aumento del chilometraggio e resisteva a qualsiasi tentativo di gestirlo con il riposo. Quando è arrivato da me, la valutazione ha mostrato una debolezza marcata dei glutei e una rotazione interna dell’anca durante la corsa: nessuna lesione strutturale, nessun problema al ginocchio in senso stretto. Sei settimane di lavoro sul rinforzo dell’anca e sulla correzione del pattern di corsa sono state sufficienti per tornare ad allenarsi senza dolore. Il ginocchio stava bene: era il sistema attorno a lui che non funzionava.

Menisco e risonanza: quando la fisioterapia evita un intervento non necessario

Carla, 52 anni, conviveva da quattro mesi con un dolore persistente al compartimento interno del ginocchio sinistro. La RMN mostrava un segnale alterato del menisco mediale e l’ortopedico le aveva proposto l’artroscopia come opzione. Abbiamo concordato un trial fisioterapico prima di prendere qualsiasi decisione chirurgica: otto settimane con laser ad alta potenza, lavoro sul controllo motorio e rinforzo progressivo. Al termine, il dolore si era ridotto quasi del tutto e la funzionalità era recuperata.

Artrosi del ginocchio: come il recupero della forza può rimandare la protesi

Giorgio, 68 anni, era in lista d’attesa per la protesi al ginocchio sinistro. Quando è arrivato in studio, il quadricipite era visibilmente ipotrofico e il suo modo di camminare mostrava chiari compensi posturali per scaricare l’arto dolorante. Otto settimane di lavoro con magnetoterapia, esercizio progressivo e rieducazione del passo hanno cambiato la situazione: dolore gestibile, cammino autonomo, intervento rinviato di comune accordo con l’ortopedico. Non sempre va così, ma succede più spesso di quanto si pensi.

Fisioterapista per ginocchio Firenze

Se hai un dolore al ginocchio che non passa, la valutazione fisioterapica è il primo passo concreto per capire cosa sta succedendo e come risolverlo. Nel mio studio a Firenze tratto ogni settimana pazienti con problemi al ginocchio. In oltre 10 anni di attività ho imparato che intervenire prima fa quasi sempre la differenza. Ricevo in Via Lanza 56, Firenze Sud.

Domande frequenti sul dolore al ginocchio

Il dolore al ginocchio passa da solo?

In alcuni casi sì, se si tratta di un sovraccarico lieve. Ma se il dolore persiste oltre 5 giorni, si accompagna a gonfiore o limita i movimenti normali, aspettare è controproducente: il rischio è trasformare un problema acuto in una condizione cronica molto più lunga da trattare.

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lussazione della spalla in evidenza

Lussazione della spalla: cosa fare dopo l’infortunio, tempi di recupero e riabilitazione

La lussazione della spalla è una problematica molto frequente (soprattutto per chi pratica sport) conseguente ad un trauma come una caduta o un movimento improvviso che porta a far uscire la spalla dal proprio assetto. In minor percentuale, la lussazione può essere dovuta a specifiche patologie degenerative.

La lussazione comporta generalmente forte dolore, una sensazione di instabilità e paura di muovere la spalla nel timore che il dolore possa acuirsi o si vada a peggiorare la situazione.

Il primissimo approccio in caso dell’evento traumatico, è quello di riportare la testa dell’omero nella sua posizione normale, poi immobilizzare l’articolazione. A seconda della gravità del caso, potrebbe sorgere anche la necessità di un intervento chirurgico per ristabilizzare l’articolazione. 

In ogni caso, è importante che faccia seguito una fase di riabilitazione tramite cui rinforzare le strutture muscolari che comportano la stabilità della spalla, portando a un recupero articolare completo. Lo scopo di questo articolo è proprio quello di approfondire cosa comporta la riabilitazione della spalla con la fisioterapia e darti quindi gli strumenti giusti per capire cosa fare se ti trovi in questa situazione.

Indice dell’articolo:


Cos’è la lussazione della spalla

Partiamo un po’ da lontano con una doverosa premessa: cosa si intende esattamente per lussazione della spalla?

Si definisce lussazione della spalla la situazione in cui la testa dell’omero si sposta dalla sua sede naturale, non trovandosi più a contatto con la cavità glenoidea (il punto in cui si articola con la scapola). Si distingue in lussazione anteriore o lussazione posteriore a seconda della posizione che assume la testa dell’omero: nella maggior parte dei casi l’instabilità è anteriore, ovvero l’osso del braccio (omero) si sposta davanti alla scapola.

La spalla può uscire completamente dalla sua sede (lussazione vera e propria) oppure spostarsi solo parzialmente e rientrare subito (in questo caso parliamo di sublussazione). In entrambi i casi, i tessuti che stabilizzano l’articolazione (legamenti, capsula, muscoli) subiscono un importante stress.

lussazione della spalla in evidenza

La lussazione è un infortunio piuttosto doloroso che non permette i normali movimenti dell’articolazione; quello della spalla è il tipo più frequente essendo la spalla l’articolazione più mobile del nostro corpo.

Sublussazione della spalla: cos’è e come riconoscerla

In caso di sublussazione, la spalla fuoriesce parzialmente e rientra subito nella sua posizione, in genere a causa di un movimento anomalo. Anche se lo spostamento è parziale, la sensazione è sempre quella di un forte dolore improvviso e non deve essere considerato un episodio di minore entità; le strutture articolari sono sottoposte ad un forte stress ed è fondamentale immobilizzare la parte e gestire gradualmente il recupero.

Cosa fare subito dopo una lussazione o sublussazione

Nelle ore e nei giorni immediatamente successivi a una lussazione o a una sublussazione, l’obiettivo principale è proteggere la spalla.

Nella fase acuta si lavora per ridurre il dolore alla spalla, limitare i movimenti che potrebbero stressare ulteriormente l’articolazione e permettere ai tessuti di iniziare a guarire. Spesso viene consigliata un’immobilizzazione temporanea con un tutore.

Uno degli errori più frequenti è cercare di riprendere subito con le normali attività sottostimando l’accaduto. Succede soprattutto dopo una sublussazione: la spalla rientra, il dolore cala e si ha l’impressione che il problema sia risolto. In realtà, legamenti, capsula articolare e muscoli stabilizzatori possono essere stati messi duramente alla prova.

Tempi di recupero: quanto ci vuole davvero

Ma quindi, se hai subito una lussazione o sublussazione, in quanto tempo puoi recuperare?
Come sempre, in caso di valutazioni mediche, considerando che ogni corpo è differente e che ci sono più fattori da considerare (grado di allenamento, età, recidive, tipo di trauma, presenza di altre problematiche o di intervento chirurgico), non è possibile dare un’indicazione standard.

Indicativamente, attivandosi tempestivamente dopo il trauma, possiamo dire che è possibile che il dolore diminuisca in poche settimane, ma che la spalla resti vulnerabile più a lungo. E’ doveroso infatti distinguere tra diversi tipi di recupero:

  • recupero del dolore
  • recupero del movimento
  • recupero della stabilità

Il vero obiettivo non è solo far passare il dolore ma restituire alla spalla la capacità di muoversi in sicurezza, quindi ottenere un recupero funzionale e duraturo.

Perché la riabilitazione è fondamentale

Dopo una lussazione, la spalla conserva memoria del trauma; i muscoli che ne controllano il movimento possono diventare meno reattivi e la capsula articolare più lassa, ma anche il cervello ci mette del suo portandoti a proteggere l’articolazione limitando alcuni movimenti.

Senza una riabilitazione mirata possono quindi comparire rigidità, instabilità cronica e paura del movimento, oltre a incorrere nel rischio di nuovi episodi di lussazione o sublussazione.

La fisioterapia serve proprio a:

  • recuperare la mobilità
  • rinforzare in modo selettivo i muscoli stabilizzatori
  • migliorare il controllo neuromotorio
  • ridurre il rischio di recidive

Non si tratta solo di “rinforzare”, ma di insegnare di nuovo alla spalla come muoversi in modo sicuro.

trattamento dal fisioterapista per il recupero di una lussazione alla spalla

Fisioterapia per lussazione alla spalla

Il percorso riabilitativo viene sempre adattato alla persona dopo un’accurata valutazione iniziale, che include l’analisi del movimento, dei sintomi, della storia dell’infortunio e la visione della documentazione medica (come RX o referti specialistici).

La spalla non è un’articolazione “semplice”: è un sistema complesso fatto di omero, scapola, clavicola, capsula articolare e muscoli profondi che devono lavorare in perfetta sincronia. Dopo una lussazione, questo equilibrio si altera.

In genere, il percorso di riabilitazione segue queste fasi:

    1. Recupero del movimento: All’inizio l’obiettivo è ridurre rigidità e protezioni inconsce, guidando l’articolazione gleno-omerale e la scapola a tornare a muoversi in modo armonico. Spesso, dopo il trauma, anche gesti semplici come pettinarsi o infilare una giacca diventano difficili. In questa fase si lavora sulla mobilità controllata, rispettando i tessuti che sono in guarigione.
    2. Rinforzo mirato: I muscoli che stabilizzano la spalla devono tornare a lavorare in modo coordinato, pertanto l’obiettivo in questa fase è di riattivare in modo selettivo quei muscoli che mantengono l’omero centrato nella sua sede durante il movimento. È questo che riduce il rischio di nuovi episodi.
    3. Controllo e stabilità: Si allenano i meccanismi di controllo (propriocezione) che proteggono l’articolazione nei movimenti quotidiani e sportivi. Una spalla stabile oltre ad essere forte, deve essere in grado di reagire in modo automatico, per esempio per afferrare un oggetto al volo o sostenere un peso improvviso senza che la spalla ceda.
    4. Ritorno alle attività: L’obiettivo è tornare a muoversi senza paura, nelle attività di ogni giorno o nello sport. L’ultima fase è quella più funzionale: riportare la spalla nei gesti reali della tua vita.

Online è facile imbattersi in video, esercizi e consigli, ma è importante considerarli come riferimenti generali: questi non possono in nessun caso sostituire un percorso di riabilitazione. Due persone con lo stesso infortunio possono avere bisogni completamente diversi, per cui un esercizio adatto a una spalla può risultare inutile o persino dannoso per un’altra.

In alcune fasi del percorso, soprattutto nelle prime settimane dopo il trauma o dopo un intervento chirurgico, può essere utile affiancare al lavoro manuale ed esercizio terapeutico anche alcune terapie strumentali, come la laserterapia o la tecarterapia, per aiutare a gestire dolore e infiammazione, favorire i processi di guarigione dei tessuti e rendere più tollerabile il movimento iniziale.

Riabilitazione per spalla lussata a Firenze

Se hai subito una lussazione o una sublussazione alla spalla, una valutazione fisioterapica ti permette di capire come sta davvero la tua articolazione e quale percorso è più adatto per tornare a muoverti in sicurezza.

Vedi come funziona la riabilitazione nel mio studio a Firenze

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Domande frequenti

Come si cura una lussazione alla spalla?

La lussazione della spalla si gestisce inizialmente con il riposizionamento dell’omero e la protezione dell’articolazione tramite immobilizzazione. Successivamente, la fisioterapia aiuta a recuperare la mobilità, rinforzare i muscoli stabilizzatori e ristabilire la stabilità articolare, riducendo il rischio di nuove lussazioni o sublussazioni.

Guido Baroni - Fisioterapista a Firenze

Chi sono

Mi chiamo Guido Baroni e sono un fisioterapista a Firenze, specializzato nella gestione del dolore acuto, cronico e post-operatorio. Da oltre dieci anni affianco pazienti di ogni età e condizione, con un approccio centrato sulla persona, non solo sul sintomo.

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Nel mio studio a Firenze posso analizzare la tua situazione e accompagnarti verso il recupero completo.

RECUPERO LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE LCA

Recupero del legamento crociato anteriore senza intervento: quando è possibile e come avviene

Una lesione o rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è uno degli infortuni più frequenti tra chi pratica sport o attività fisiche intense. Spesso, al momento della diagnosi, nasce il dubbio se sia davvero necessario l’intervento chirurgico oppure sia possibile recuperare senza operarsi.

In molti casi, un percorso di riabilitazione mirato e personalizzato può consentire di recuperare pienamente la funzionalità del ginocchio senza ricorrere alla chirurgia. 

In questo articolo, parleremo di:

Quando puoi evitare l’intervento chirurgico per il crociato?

In molti casi, la lesione del legamento crociato anteriore (LCA) non richiede un intervento chirurgico.

Puoi evitarlo se:

  • la lesione è parziale e la stabilità del ginocchio è ancora buona;
  • non pratichi sport ad alto impatto o cambi di direzione frequenti;
  • segui un programma di riabilitazione mirato, con esercizi di rinforzo e recupero della propriocezione;
  • ti affidi a un fisioterapista esperto nella riabilitazione del LCA, capace di valutare la risposta funzionale del ginocchio nel tempo.

In questi casi, un percorso di fisioterapia personalizzata può consentirti di tornare a una vita attiva senza ricorrere alla chirurgia e con un recupero progressivo e sicuro.

Come fisioterapista specializzato in riabilitazione sportiva, mi occupo della LCA valutando di volta in volta il tipo di lesione, il livello di stabilità o instabilità e gli obiettivi del paziente.

Prenota una valutazione fisioterapica nel mio studio fisioterapico a Firenze Sud.

Cos’è il legamento crociato anteriore e perché può lesionarsi

Il legamento crociato anteriore (LCA) è uno dei principali stabilizzatori del ginocchio: collega femore e tibia, controllando i movimenti di rotazione e traslazione.

La rottura del crociato può avvenire a causa di una torsione improvvisa, di un arresto brusco durante una corsa o un salto, oppure per un trauma diretto. È molto frequente negli sport che prevedono cambi di direzione rapidi come calcio, basket, sci e pallavolo.

Quando si parla di rottura del crociato anteriore, la lesione può essere parziale o totale: nel primo caso, la stabilità del ginocchio può essere mantenuta e la riabilitazione conservativa rappresenta un’opzione valida.

Sintomi di una lesione o rottura del crociato

I principali sintomi di rottura del crociato includono:

  • Dolore acuto e immediato al momento dell’infortunio
  • Gonfiore importante entro poche ore
  • Sensazione di instabilità o cedimento del ginocchio
  • Difficoltà a sostenere il peso sull’arto infortunato

Un’attenta valutazione fisioterapica e funzionale permette di comprendere la gravità della lesione e di impostare il corretto percorso di trattamento. 

Recupero del legamento crociato anteriore senza intervento: quando è possibile

Il recupero del legamento crociato anteriore senza intervento è possibile in presenza di:

  • Lesione parziale del LCA
  • Ginocchio stabile o con lieve instabilità
  • Attività sportiva non agonistica o moderata
  • Buon tono muscolare e controllo neuromotorio

In questi casi, la fisioterapia può sostituire l’intervento chirurgico, lavorando su stabilità, forza e propriocezione (capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio).

La decisione finale viene sempre presa in base a una valutazione accurata tra medico ortopedico e fisioterapista.

Quindi, in caso di crociato anteriore lesionato: operare o no? 

La risposta non è universale poiché dipende dalla gravità del singolo caso, valutato in modo integrato tra medico e fisioterapista. Ciò che è certo è che la fisioterapia risulta essere una risposta non invasiva e concreta, sufficiente in molti casi e, negli altri, di supporto nel pre e nel post-operatorio.

Le fasi del protocollo di riabilitazione conservativa

La riabilitazione dopo la lesione del legamento crociato anteriore (LCA) ha l’obiettivo di ripristinare la stabilità del ginocchio, ridurre il dolore e permettere un ritorno graduale all’attività quotidiana o sportiva.

Il percorso di riabilitazione segue un protocollo progressivo, suddiviso in tre fasi principali, con esercizi mirati per evitare compensi, rigidità articolare e per migliorare il controllo neuromuscolare.

1. Fase acuta: Ridurre dolore e infiammazione

Gli obiettivi in questa prima fase, sono:

  • Controllare gonfiore e dolore: tramite riposo, ghiaccio, terapie fisiche mirate e, se necessario, supporto farmacologico.
  • Ripristinare la mobilità articolare: attraverso esercizi dolci di mobilizzazione.
  • Mantenere il tono muscolare: mediante contrazioni isometriche o esercizi leggeri.

In questa fase, vengono utilizzate terapie strumentali come la Tecarterapia, Laserterapia e Pressoterapia, che favoriscono la circolazione e il recupero tissutale.

Possono essere eseguiti esercizi di attivazione muscolare leggera, come sollevamenti della gamba distesa o flesso-estensioni controllate.

2. Fase funzionale: Rinforzo e stabilità

Nello specifico, con il ginocchio stabile, si introducono:

  • Esercizi di resistenza progressiva (elastici, macchine isotoniche leggere).
  • Lavoro su equilibrio e controllo posturale, con tavolette propriocettive e bosu
  • Mini-squat e affondi parziali per stimolare la catena cinetica senza stress eccessivo.

Una volta ridotti dolore e infiammazione, l’obiettivo diventa recuperare forza, equilibrio e controllo motorio. Il fisioterapista lavora con esercizi mirati per il quadricipite, i muscoli posteriori della coscia e la propriocezione, seguendo protocolli di riabilitazione LCA validati.

3. Fase di ritorno allo sport

Attraverso test funzionali specifici, si valuta la piena efficienza del ginocchio e la simmetria di movimento:

  • Analisi della corsa(valutazione di passo, postura e distribuzione del carico).
  • Esercizi pliometrici controllati (salti monopodalici, skip leggeri)
  • Allenamento funzionale con cambi di direzione graduali
  • Simulazioni dei gesti specifici dello sport praticato.

Ultima ma cruciale, la fase di riatletizzazione mira a riportare il paziente alle proprie attività sportive in sicurezza. L’obiettivo è garantire un ritorno graduale allo sport, prevenendo nuovi infortuni e migliorando le prestazioni.

Ricorda: ogni percorso di riabilitazione LCA deve essere personalizzato. Gli esercizi vanno modulati in base alla tipologia di lesione (parziale o completa), alla stabilità del ginocchio e agli obiettivi del paziente.

Esperienze di recupero dopo lesione del crociato

Ecco alcune testimonianze reali di pazienti che si sono rivolti al mio studio per il recupero delle funzionalità del ginocchio dopo una lesione del legamento crociato.
recensioni pazienti dottore Guido Baroni in merito al trattamento per la lesione del crociato LCA
recensioni pazienti dottore Guido Baroni in merito al trattamento per la lesione del crociato

Quando è necessario l’intervento chirurgico

Non tutte le lesioni del crociato possono essere gestite senza intervento. La chirurgia diventa necessaria in presenza di:

  • Lesione completa del LCA
  • Instabilità marcata del ginocchio
  • Pratica sportiva agonistica o ad alto impatto
  • Lesioni multiple ai legamenti

In questi casi, si può optare per la ricostruzione del legamento crociato anteriore, talvolta con innesto o con legamento crociato artificiale. Anche in questo scenario, la fisioterapia resta fondamentale prima e dopo l’intervento per garantire il miglior recupero possibile.

Tempi di recupero: cosa aspettarsi

I tempi di recupero del crociato anteriore senza intervento variano in base alla gravità della lesione e alla costanza del paziente nel seguire il programma riabilitativo. In genere:

  • Fase iniziale (riduzione dolore e gonfiore): 2-4 settimane
  • Fase di rinforzo e stabilità: 6-10 settimane
  • Ritorno graduale all’attività sportiva: 3-5 mesi

Un approccio conservativo ben gestito può portare a risultati eccellenti, con ripristino completo della funzionalità articolare.

Come la fisioterapia a Firenze può aiutarti nel recupero

Nel mio studio di fisioterapia a Firenze Sud, ogni percorso di recupero viene personalizzato in base alla tipologia di lesione e agli obiettivi del paziente.

Grazie all’integrazione di fisioterapia manuale, terapie strumentali e allenamento funzionale, è possibile tornare a muoversi in sicurezza, anche senza intervento chirurgico.

Scopri di più sulla riabilitazione sportiva a Firenze o prenota una visita fisioterapica per valutare il tuo percorso di recupero.

Domande frequenti sulla riabilitazione del crociato anteriore

Posso recuperare il crociato anteriore senza intervento?

Sì, se la lesione è parziale e il ginocchio è stabile, la fisioterapia può consentire un recupero completo.

Guido Baroni - Fisioterapista a Firenze

Chi sono

Mi chiamo Guido Baroni e sono un fisioterapista a Firenze, specializzato nella gestione del dolore acuto, cronico e post-operatorio. Da oltre dieci anni affianco pazienti di ogni età e condizione, con un approccio centrato sulla persona, non solo sul sintomo.

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ARTRITE REUMATOIDE

Artrite reumatoide: come la fisioterapia può aiutarti a muoverti meglio

Se convivi con l’artrite reumatoide saprai già che può significare fare i conti con dolore persistente, rigidità articolare e una sensazione di affaticamento che può influenzare profondamente la qualità della vita. 

In molti casi, oltre alla terapia farmacologica, è fondamentale capire come muoversi senza peggiorare i sintomi, come gestire il dolore nel quotidiano e come mantenere l’autonomia nel tempo. In questo contesto si inserisce la fisioterapia che, sebbene non possa rappresentare una cura in senso stretto, è comunque un supporto fondamentale per gestire i sintomi e aumentare il grado di benessere; in questo articolo, parliamo proprio di questo.

In questo articolo:


Cos’è l’artrite reumatoide e perché influisce sul movimento quotidiano

L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica che causa un’infiammazione continua delle articolazioni. È una delle patologie infiammatorie più comuni e colpisce più spesso le donne. Di solito compare tra i 50 e i 60 anni, ma può manifestarsi a qualsiasi età.

Dal punto di vista clinico, la manifestazione più comune della patologia è la poliartrite infiammatoria simmetrica che interessa contemporaneamente più articolazioni: spesso mani, polsi, piedi e ginocchia. Oltre al coinvolgimento articolare, possono essere presenti anche manifestazioni extra-articolari come interessamento polmonare, vasculite o sintomi sistemici.

I sintomi più comuni sono stanchezza cronica, affaticamento, rigidità al mattino, dolore, gonfiore e perdita di forza. Questi problemi possono rendere difficile la vita di tutti i giorni e influire sul benessere generale. Anche attività semplici come vestirsi, cucinare o fare una breve passeggiata possono diventare impegnative per chi ha l’artrite reumatoide.

Il ruolo della fisioterapia nella gestione dell’artrite reumatoide

L’artrite reumatoide non può essere affrontata esclusivamente con un trattamento sulla singola articolazione ma è necessario un approccio più ampio che lavori su dolore, movimento, forza e capacità funzionale.

La fisioterapia può essere utile in tutte le fasi della malattia, con modalità e obiettivi diversi.

Nelle fasi iniziali o di riacutizzazione, il lavoro è orientato soprattutto al controllo del dolore, alla riduzione della rigidità e alla protezione delle articolazioni più infiammate. In queste situazioni è fondamentale modulare l’intensità del trattamento per evitare di aumentare i sintomi.

Nelle fasi più stabili o di remissione, invece, la fisioterapia può concentrarsi maggiormente su:

  • recupero della forza
  • miglioramento della resistenza
  • mantenimento della funzione articolare nel lungo periodo

Quali trattamenti fisioterapici possono aiutare nell’artrite reumatoide

L’esercizio fisico è uno dei modi più efficaci per gestire l’artrite reumatoide. Aiuta sia il sistema muscoloscheletrico sia il benessere generale e psicologico. Un’attività fisica ben organizzata può ridurre il dolore, migliorare l’umore e combattere la stanchezza.

Tenendo conto delle condizioni di partenza, il fisioterapista valuta le condizioni iniziali e le articolazioni coinvolte, quindi crea un percorso dedicato con attività di intensità medio-bassa.

Anche la durata del percorso è importante: programmi brevi possono essere utili all’inizio, ma i risultati più duraturi per una migliore gestione del dolore e recupero funzionale, si vedono spesso con percorsi di 6-12 mesi. I pazienti possono quindi notare miglioramenti già dopo poche settimane, ma i cambiamenti più importanti arrivano con il tempo.

ARTRITE REUMATOIDE

Quando rivolgersi a un fisioterapista per l’artrite reumatoide

È consigliato rivolgersi a un fisioterapista quando:

  • Il dolore o la rigidità limitano le tue attività quotidiane,
  • Noti una riduzione progressiva della forza o della mobilità,
  • Desideri un supporto per mantenere uno stile di vita attivo in sicurezza.

Rivolgersi presto a un fisioterapista permette di impostare un percorso su misura, evitando compensi e sovraccarichi che nel tempo possono peggiorare i sintomi.

Fisioterapia per artrite reumatoide a Firenze

Nel mio studio di fisioterapia a Firenze Sud aiuto i pazienti affetti da questa patologia. Il percorso inizia sempre con una valutazione iniziale che considera le articolazioni coinvolte, la fase della malattia e le attività quotidiane.

La fisioterapia viene organizzata in modo graduale e si adatta nel tempo, con l’obiettivo di mantenere il movimento senza sovraccaricare le articolazioni. Il percorso può includere esercizi terapeutici mirati, educazione al movimento e strategie pratiche per affrontare le giornate più difficili, sempre nel rispetto dei limiti della patologia. Inoltre ai pazienti vengono fornite indicazioni su semplici esercizi da svolgere a casa, per favorire l’autogestione e aumentare la fiducia nelle attività quotidiane.

Scopri come funziona una visita fisioterapica nel mio studio

{ “@context”: “https://schema.org”, “@type”: “FAQPage”, “mainEntity”: [ { “@type”: “Question”, “name”: “La fisioterapia è utile anche se ho già una diagnosi di artrite reumatoide?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “Sì. La fisioterapia non sostituisce la terapia farmacologica, ma la affianca. È utile per gestire il dolore, la rigidità e le limitazioni funzionali, aiutando a mantenere il movimento e l’autonomia nel tempo.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “La fisioterapia può peggiorare l’infiammazione articolare?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “Se la fisioterapia è impostata correttamente, non peggiora l’infiammazione. Il trattamento viene sempre adattato alla fase della malattia e allo stato delle articolazioni. Nelle fasi infiammatorie si adottano approcci più delicati, evitando sovraccarichi. Il fisioterapista monitora eventuali reazioni e modifica il piano in base alle necessità, garantendo la sicurezza del paziente.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “In quali momenti è meglio fare fisioterapia se si soffre di artrite reumatoide?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “La fisioterapia è utile sia nelle fasi attive sia in quelle più stabili della malattia. Nelle fasi acute l’obiettivo è il controllo del dolore, mentre nelle fasi stabili si lavora per mantenere forza, mobilità e funzionalità articolare.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “Che tipo di esercizi vengono proposti in caso di artrite reumatoide?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “Gli esercizi sono personalizzati e tengono conto delle articolazioni coinvolte, del livello di dolore e della stanchezza. In genere si lavora su mobilità articolare, controllo del movimento e rinforzo progressivo, evitando protocolli standardizzati.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “La fisioterapia può aiutare con la rigidità mattutina?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “Sì. Un percorso fisioterapico mirato può ridurre la rigidità mattutina, migliorare la mobilità articolare e facilitare il movimento soprattutto nelle prime ore della giornata.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “Quanto dura un percorso fisioterapico per artrite reumatoide?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “La durata dipende dagli obiettivi e dalla fase della patologia. In alcuni casi sono sufficienti cicli brevi, ma spesso i benefici maggiori si ottengono con percorsi di medio-lungo periodo, adattati nel tempo.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “È possibile fare fisioterapia anche se si è molto stanchi o affaticati?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “Sì, purché il trattamento tenga conto del livello di affaticamento. La fisioterapia può essere utile anche per imparare a gestire meglio l’energia e il carico nelle attività quotidiane.” } }, { “@type”: “Question”, “name”: “Quando rivolgersi a un fisioterapista?”, “acceptedAnswer”: { “@type”: “Answer”, “text”: “È consigliabile rivolgersi a un fisioterapista quando dolore e limitazioni iniziano a interferire con la vita quotidiana oppure anche in ottica preventiva, per preservare la funzionalità articolare.” } } ] }

Domande frequenti su artrite reumatoide e fisioterapia

La fisioterapia è utile anche se ho già una diagnosi di artrite reumatoide?

Sì. La fisioterapia non sostituisce la terapia farmacologica, ma la affianca. È utile per gestire il dolore, la rigidità e le limitazioni funzionali, aiutando a mantenere il movimento e l’autonomia nel tempo.

Guido Baroni - Fisioterapista a Firenze

Chi sono

Mi chiamo Guido Baroni e sono un fisioterapista a Firenze, specializzato nella gestione del dolore acuto, cronico e post-operatorio. Da oltre dieci anni affianco pazienti di ogni età e condizione, con un approccio centrato sulla persona, non solo sul sintomo.

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impingement femoro-acetabolare

Impingement femoro-acetabolare: cos’è e come si tratta

L’impingement femoro-acetabolare (in inglese “Femoroacetabular Impingement Syndrome” oppure FAI) è una condizione articolare dell’anca in cui si verifica un contatto anomalo prematuro tra la testa del femore e il margine dell’acetabolo (la cavità dell’osso iliaco che accoglie la testa femorale). Questo può apparire sia in correlazione a un movimento che mantenendo a lungo una posizione statica.

In condizioni normali, la testa del femore ruota liberamente nella cavità acetabolare grazie alla conformazione “a palla-e-presa” (ball-and-socket), permettendo un’ampia escursione articolare. Con la FAI, la forma ossea o la posizione delle componenti articolari impediscono la normale cinematica, generando attrito, microtraumi e lesioni della cartilagine o del labrum acetabolare.

Dal punto di vista clinico e radiografico, oggi si parla di “sindrome da impingement femoro-acetabolare” (FAIS) quando la deformità morfologica ossea è associata a sintomi e segni clinici.

Le principali tipologie: cam, pincer e forme miste

Le principali tipologie morfologiche della FAI sono le seguenti:

  • Tipo Cam (a “camma”): la testa del femore non è sufficientemente sferica o presenta un’escrescenza ossea nella giunzione testa-collo (head-neck junction). Durante la flessione o la rotazione interna dell’anca, questa deformità “sborda” contro l’acetabolo, causando danni a cartilagine e labrum.
  • Tipo Pincer (a “pinza”): l’acetabolo presenta un’eccessiva copertura della testa femorale (over-coverage) o un orientamento retroverso/alterato, e questo lascia meno spazio per la testa femorale durante il movimento, generando pinzamento del labrum e danno articolare.
  • Forma mista (Cam + Pincer): è la forma più frequente. Molti pazienti presentano contemporaneamente alterazioni sia femorali sia acetabolari. In ogni caso, l’urto tra i capi articolari contribuisce all’usura dell’articolazione.

Queste alterazioni morfologiche non garantiscono automaticamente sintomi: esistono persone con alterazioni morfologiche compatibili con FAI ma asintomatiche.

La diagnosi di FAI richiede la triade: sintomi + segni clinici + evidenza morfologica.


Come si manifesta: i sintomi da non sottovalutare

Dolore all’inguine

Il sintomo più comune è il dolore localizzato nella zona inguinale, spesso definito come un dolore “profondo” o “interno” all’anca che può irradiarsi alla coscia o al gluteo.
Il dolore può essere scatenato da movimenti come la flessione dell’anca, la rotazione interna, lo stare seduti a lungo, o da attività sportive che coinvolgono l’anca in modo intenso.

Limitazioni nei movimenti dell’anca

I pazienti con FAI spesso presentano una riduzione della mobilità dell’anca, in particolare nella rotazione interna, nella flessione e nell’abduzione. Possono essere presenti manovre cliniche positive come la prova di flessione-addizione-rotazione interna (FADIR) o di flessione-adduzione-rotazione esterna (FABER) che provocano dolore o scrosci articolari (“click”).

Altri sintomi

Oltre al dolore e alla limitazione di movimento, la sintomatologia può prevedere:

  • Click, “catching”, sensazione di blocco o cedimento dell’anca.
  • Rigidità articolare, soprattutto al mattino o dopo un periodo di immobilità, talvolta dolore riferito al gluteo, alla coscia o all’inguine.
  • In soggetti sportivi, peggioramento della performance, difficoltà nel cambio di direzione o nel mantenimento della flessione dell’anca.

Come viene diagnosticato il conflitto femoro acetabolare: esami e test clinici utili

Esami fisici

Una valutazione clinica accurata è il primo passo. L’anamnesi dovrebbe includere: storia del dolore (durata, localizzazione, fattori scatenanti), antecedenti sportivi, posture prolungate, etc.

Durante l’esame fisico si valuta la mobilità articolare (in particolare la rotazione interna dell’anca in flessione), la forza dei muscoli peri-acetabolari (adduttori, abduttori, flessori), la presenza di manovre di impingement come FADIR e FABER. In uno studio recente viene sottolineato che pazienti con FAI mostrano forza ridotta in muscoli come gluteus maximus/minimus, rotatori esterni, adduttori.

Test di imaging

Gli esami radiologici sono fondamentali per identificare le alterazioni morfologiche ossee:

  • Radiografia standard (antero-posteriore del bacino + proiezione laterale del collo femorale) utile per valutare angolo alpha, angolo centro-marginale laterale, offset della testa/collo, copertura acetabolare.
  • RM o artro-RM (risonanza magnetica) per valutare lesioni del labrum, della cartilagine articolare e altri tessuti molli.
  • In alcuni casi TC (tomografia computerizzata) per valutare con dettaglio la morfologia ossea.

È importante sottolineare che la sola presenza di alterazioni morfologiche non è sufficiente per la diagnosi: occorre correlazione clinico-strumentale.

Visita specialistica

È consigliabile che il paziente sia valutato da un ortopedico esperto in anca o struttura di medicina dello sport che possa integrare clinica, radiologia e stabilire la strategia terapeutica più adeguata. In particolare, la presenza di: dolore persistente nonostante terapia conservativa, segni radiologici di usura articolare (artrosi iniziale) o forte limitazione funzionale suggerisce necessità di consulenza chirurgica.


Trattamento fisioterapico dell’impingement: obiettivi e tecniche efficaci

La fisioterapia rappresenta la prima linea per la gestione della FAI sintomatica (in assenza di grave artrosi o deformità irreversibili). Gli obiettivi principali sono: migliorare la stabilità lombo-pelvica, la forza dei muscoli dell’anca, correggere squilibri muscolari e schemi motori alterati, ridurre i movimenti che generano impingement.

In un’analisi prospettica condotta da Pennock et al. su 76 pazienti adolescenti con Femoroacetabular Impingement Syndrome, un protocollo non operatorio (riposo, fisioterapia, modifiche dell’attività) ha evitato l’intervento chirurgico in circa l’82% dei casi dopo un follow-up medio di 2 anni (70% solo fisioterapia + 12% con iniezione).

Un piano fisioterapico ben strutturato deve prevedere una riduzione dell’attività fisica che grava sull’anca, concentrandosi invece su una rieducazione gesto-specifica: esercizi di potenziamento dei glutei, adduttori, rotatori esterni, core stability + stretching dei flessori/ischiocrurali. Questo approccio può migliorare significativamente la funzione e ritardare o evitare la chirurgia.

Esempio di schema del trattamento:

  • Fase 1: mobilizzazione delicata, core activation, evitamento di attività scapriccianti dell’anca
  • Fase 2: potenziamento eccentrico, neuromuscolare, controllo del movimento
  • Fase 3: ritorno progressivo a sport o attività funzionali specifiche

Questa fase può essere integrata con l’assunzione di farmaci anti-infiammatori non steroidei e con il ricorso a terapie strumentali.

Farmaci antidolorifici

Gli anti-infiammatori non steroidei (FANS) possono essere utilizzati per controllare il dolore e l’infiammazione associata, permettendo una migliore partecipazione alla terapia fisica. In alcuni casi si valutano iniezioni intra-articolari (cortisone, acido ialuronico) come misura temporanea; tuttavia, la letteratura al momento indica beneficio solo a breve termine e non come soluzione definitiva.

Modifiche dell’attività fisica

È fondamentale che il paziente modifichi o eviti quegli esercizi/posizioni che aggravano il conflitto (es. flessione profonda dell’anca, squat profondo, lunghe sedute con anca flessa) e adotti posture più “amiche” per l’anca. L’attività fisica andrà adattata per mantenere il movimento e la forza, evitando tuttavia sovraccarichi o schemi motori che incrementano l’attrito articolare.


Quando valutare l’intervento chirurgico

Artroscopia dell’anca

Quando la terapia conservativa non è sufficiente (ad esempio dolore persistente, lesione del labrum, danno cartilagineo, limitazione funzionale) può essere indicato un intervento chirurgico sull’anca. Questo viene solitamente eseguito in artroscopia ed è consigliato per pazienti giovani e sportivi che non riescono ad allenarsi in modo performante.

I risultati a medio-lungo termine sono generalmente buoni, ma la selezione del paziente è cruciale (meno artrosi, buona cartilagine residua, motivazione al recupero).

Osteotomia

In casi selezionati, soprattutto quando l’alterazione è acetabolare grave (es. retroversione, over-coverage globale), può essere indicata un’osteotomia acetabolare (periacetabolare) per correggere l’orientamento del bacino e ridurre l’impatto meccanico. Questa opzione è più complessa e richiede un centro specializzato.

Altri interventi chirurgici

Altri interventi meno frequenti possono includere: chirurgia open con dislocazione dell’anca (oggi meno usata), oppure procedure combinate in presenza di artrosi avanzata che possono condurre a un’artroplastica totale dell’anca in futuro.


Riabilitazione post-operatoria

Dopo l’intervento chirurgico (soprattutto artroscopico), la fisioterapia è fondamentale per ripristinare la mobilità, la forza e i pattern motori corretti. L’approccio graduale deve rispettare le indicazioni del chirurgo (limitazione della flessione/rotazione nei primi tempi, protezione del labrum/fissatura se presenti).

La progressione verso l’attività sportiva deve essere ben guidata con una riabilitazione post-operatoria: inizialmente movimenti controllati, poi esercizi funzionali, infine sport specifici. Il ritorno completo allo sport può richiedere mesi, e la compliance del paziente è determinante per il risultato.

È importante un follow-up regolare con il chirurgo ortopedico per monitorare la guarigione, valutare la radiologia di controllo se indicato, e verificare l’assenza di complicanze come rigidità residua, persistente dolore o artrosi.


Prevenzione e stili di vita: come ridurre il rischio di recidiva

Una strategia preventiva consiste nel mantenere un buon tono muscolare e controllo neuromotorio dell’anca e del core. Esercizi mirati agli adduttori, glutei, rotatori esterni, stretching dei flessori dell’anca e degli ischiocrurali aiutano a preservare la meccanica articolare.

Evita posture e attività che impongono flessioni profonde, ad esempio squat senza controllo, correnti movimenti di torsione elevata dell’anca, sedute prolungate con anca flessa. Queste condizioni incrementano il rischio di conflitto articolare e aggravamento della FAI.

Sebbene non esistano linee guida specifiche che collegano l’alimentazione alla FAI, mantenere un peso corporeo adeguato e uno stile di vita attivo contribuisce a ridurre il carico sull’anca e a preservare la salute articolare. Posturalmente, è utile adottare sedute corrette, evitare di mantenere l’anca flessa per lunghi periodi, alternare posizione e movimento.


In conclusione: come gestire il conflitto femoro acetobolare

L’impingement femoro-acetabolare è una condizione che, se non correttamente diagnosticata e gestita, può portare a danno articolare e osteoartrite precoce.

L’approccio ideale segue una sequenza:

  • identificazione precoce
  • terapia conservativa mirata
  • valutazione specialistica
  • eventuale intervento chirurgico.

Domande frequenti sull’impingement femoro-acetabolare

Come capire se il dolore all’anca è dovuto a un impingement?

Il dolore tipico del FAI si localizza all’inguine o nella parte anteriore dell’anca, peggiora con la flessione o la rotazione interna e può irradiarsi alla coscia o al gluteo. Durante la visita ortopedica vengono eseguiti test specifici come il FADIR test (flessione–adduzione–rotazione interna) che, se positivo, riproduce il dolore caratteristico del conflitto articolare.

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Paziente affetto da inibizione muscolare artrogenica

Inibizione muscolare artrogenica

L’inibizione muscolare artrogenica (Arthrogenic Muscle Inhibition – AMI) è un disordine neuro‑riflesso che provoca debolezza e incapacità di attivare completamente il quadricipite, anche in assenza di danni diretti al muscolo o al nervo.

Questa inibizione si osserva in seguito a un trauma o a un intervento chirurgico come la ricostruzione del legamento crociato anteriore, gonfiore acuto o condizioni degenerative (es. osteo‑artrosi), e può compromettere la funzionalità motoria e la stabilità dell’articolazione del ginocchio.

I meccanismi dell’AMI non sono ancora del tutto noti, ma l’unica cosa certa al momento è come sia in parte causata dall’impossibilità di sviluppare la forza contrattile del muscolo.

L’inibizione muscolare artrogenica è clinicamente importante poiché porta ad una diminuzione della funzionalità fisica. Inoltre si aggiunge alle conseguenze sopracitate la debolezza del quadricipite causa un incremento del carico sul ginocchio con una conseguente perdita di tessuto cartilagineo ed una riduzione dello spazio articolare con conseguente artrosi precoce. È quindi per tutti questi motivi che risulta fondamentale un intervento tempestivo.

Importanza clinica e impatti funzionali

Riduzione della forza

Il quadricipite subisce una riduzione dell’attivazione volontaria fino al 30‑50% anche oltre 10‑15 giorni dall’insulto articolare. Può persistere una forma lieve di AMI anche a distanza di 6‑12 mesi o oltre, specie dopo artroplastica o lesione cronica.

Instabilità articolare e rischio di recidiva

Una perdita di forza muscolare e propriocezione aumenta il rischio di instabilità funzionale del ginocchio e recidiva di traumi. In caso di LCA, meniscopatia o artrosi precoce, l’AMI diventa un fattore cronico che impedisce il pieno recupero.

Prevenzione artrosi

Il carico assiale scorretto, promosso da un quadricipite sotto‑attivato, determina uno stress articolare elevato e un progressivo consumo cartilagineo. L’intervento tempestivo è dunque essenziale per prevenire degenerazione e osteo‑artrosi.

Strategie terapeutiche efficaci per contrastare l’AMI

Diversi studi hanno mostrato come la strategia migliore per gestire questa condizione sia:

  • Crioterapia, cioè l’applicazione di ghiaccio o cryo-packs direttamente sull’articolazione. Funziona soprattutto in fase acuta (entro 48‑72 ore). Riduce l’eccitabilità degli interneuroni inibitori, modula i recettori cutanei e diminuisce l’attività riflessa inibitoria verso il quadricipite portando ad un miglioramento significativo.
  • Fisioterapia, ovvero l’esercizio terapeutico con esercizi mirati e specifici per ogni paziente.

Il percorso fisioterapico, fra le altre cose, deve concentrarsi su esercizi di resistenza e rafforzamento muscolare.

Terapie strumentali come ultrasuoni ed elettrostimolazione, invece, si sono dimostrate poco efficaci per il trattamento dell’inibizione artrogenica.

Studio di riferimento: Arthrogenic muscle inhibition after ACL reconstruction: a scoping review of the efficacy of interventions

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Riabilitazione posturale

trattamento di riabilitazione posturale a firenze

Fisioterapia Sportiva

Terapie Strumentali

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La fibromialgia provoca dolori diffusi

Fibromialgia: come alleviare i disturbi grazie alla fisioterapia

La fisioterapia scende in campo come fedele alleata dei pazienti affetti da fibromialgia. Sempre più studi infatti dimostrano come il trattamento non farmacologico sia il più efficace. Così anche EULAR (European League Against Rheumatism) raccomanda la gestione del paziente fibromialgico tramite l’utilizzo di esercizi mirati al miglioramento della forza resistente e della capacità aerobica.

Cos’è la fibromialgia

La fibromialgia è una patologia cronica caratterizzata da dolori muscolari diffusi associati ad affaticamento, rigidità, problemi di insonnia, difficoltà di concentrazione e alterazioni dell’umore.

Le cause esatte dell’insorgenza di questa malattia non sono ancora note, ma gli esperti suppongono un’origine multifattoriale. Tra questi includono fattori genetici, infettivi, ormonali, traumi fisici e psicologici. L’ipotesi più plausibile è che venga compromesso il modo in cui il cervello processa il dolore, infatti chi soffre di fibromialgia avrebbe una soglia del dolore più bassa alla media.

Diagnosi di fibromialgia

La diagnosi della fibromialgia si basa su presenza e persistenza di dolori diffusi ma risulta particolarmente lunga perché gli specialisti devono prima escludere ogni altra possibile patologia. Si stima infatti che ci vogliano più di 2 anni per riconoscere la fibromialgia, con una media di 3,7 medici diversi consultati.

I numeri parlano del 2% della popolazione mondiale colpita da questa malattia, con una maggiore influenza sulle donne in età adulta.

Trattamento della fibromialgia

Le linee guida EULAR sul trattamento della fibromialgia di basano sullo studio di G. J. Macfarlane (puoi leggerlo qui) che si è posto come obiettivo la revisione delle indicazioni terapiche basandosi sull’evidenza scientifica.

Sulla base di questo studio, e di altri precedenti, si può affermare che il primo passo per la gestione della fibromialgia deve essere l’educazione del paziente. E’ stata infatti evidenziata l’importanza di far comprendere al soggetto la situazione clinica e i vari fattori che la influenzano, in modo tale da poter agire anche sull’aspetto biopsicosociale.

Il secondo passo deve essere poi un approccio non farmacologico, con particolare attenzione al miglioramento di:

  • Forza resitente, cioè la capacità del muscolo di durare per un tempo relativamente lungo
  • Capacità aerobica, cioè la quantità di tempo in cui si riesce a tenere ritmi elevati

Nel caso in cui queste terapie non risultino efficaci si può considerare un approccio combinato, valutando anche terapie farmacologiche. Si è visto che piccoli miglioramenti sono stati ottenuti con:

  • Agopuntura, con un miglioramento del dolore del 30%
  • Agopuntura ed elettricità, con un miglioramento del dolore del 40% e dell’affaticamento del 20%

Si sono invece dimostrate scarsamente efficaci le terapie meditative, così come il biofeedback, l’ipnoterapia e il massaggio.

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Metodo peace & love per distorsione alla caviglia

PEACE & LOVE, ecco il metodo per guarire da un trauma muscolare.

Negli ultimi anni la gestione di distorsioni, stiramenti o contusioni ha subito un’evoluzione importante grazie a un nuovo protocollo: PEACE & LOVE. Questo approccio moderno, fondato su evidenze scientifiche, permette di guidare il recupero in modo più efficace e personalizzato, sia nella fase acuta che in quella sub-acuta e cronica.


Gestire traumi e lesioni muscolo-scheletriche: la nuova guida PEACE & LOVE

Quante volte ti sei chiesto come comportarti dopo una distorsione alla caviglia o un trauma muscolare? La risposta più efficace oggi è l’acronimo PEACE & LOVE!

PEACE & LOVE è stato proposto per la prima volta da alcuni autori su British Journal of Sports Medicine per sostituire definitivamente il R.I.C.E. e rappresenta il nuovo protocollo per le lesioni dei tessuti molli. Oltre alla gestione del danno nell’immediato, il protocollo si pone obiettivi a lungo termine, infatti non agisce esclusivamente sull’infortunio ma lavora sulla persona, in modo tale da abbattere il rischio di recidiva.

Fino ad oggi gli approcci più conosciuti erano:

  • ICE (ghiaccio-compressione-elevazione)
  • RICE (riposo-ghiaccio-compressione-elevazione)
  • POLICE (protezione-carico ottimale–ghiaccio-compressione-elevazione)

Questi approcci però, nel tempo, si sono dimostrati poco efficaci.

Capiamo meglio cosa significa la sigla PEACE & LOVE

Spiegazione acronimo Metodo fisioterapico PEACE and LOVE: protocollo per le lesioni dei tessuti molli

Subito dopo l’infortunio, si parla di P.E.A.C.E., cioè:

  • Protezione, bisogna infatti salvaguardare l’arto infortunato da ulteriori traumi
  • Elevazione dell’arto per ridurre il ristagno di liquidi
  • Antinfiammatori (NON assumerne!) Il corpo ha bisogno di un processo di guarigione fisiologica, assumerne significherebbe solo ritardare questo processo
  • Compressione, un bendaggio appositamente confezionato aiuta a riassorbire i liquidi e quindi a ridurre il gonfiore
  • Educazione, il paziente deve essere informato sulle tutte le fasi della guarigione e sull’importanza della fisioterapia attiva, riducendo così al minimo le sedute passive che risultano poco utili alla ripresa

La settimana successiva al trauma si può passare al L.O.V.E., ovvero:

  • Load (carico), aumento progressivo del carico rispettando il dolore
  • Ottimismo, fortunatamente non siamo fatti solo di muscoli ed ossa! Anche il nostro aspetto psicologico vuole la sua parte, un approccio positivo è uno dei punti chiave per una guarigione ottimale
  • Vascolarizzazione, passato altro tempo è possibile riprendere una blanda attività cardiovascolare per restituire una corretta circolazione sanguigna ai tessuti e facilitarne quindi la guarigione
  • Esercizi, se tutto procede bene e i parametri come dolore e gonfiore lo permettono, possiamo iniziare un lavoro specifico per tornare alle attività della vita quotidiana e allo sport

Riassumendo, nella prima fase è importante proteggere la struttura lesionata, cercando di evitare le attività che aumentano il dolore. Da sottolineare è il consiglio di evitare l’utilizzo degli anti-infiammatori, ancora largamente usati nella pratica clinica.

Nella seconda fase invece si pone l’attenzione sull’aumento di carico e sulla progressione dell’esercizio a discapito di trattamenti passivi e del riposo completo.

Perché R.I.C.E. è superato?

Il protocollo R.I.C.E. (Rest, Ice, Compression, Elevation), pur essendo stato per anni il riferimento nella gestione dei traumi, non tiene conto delle risposte biologiche e neurofisiologiche necessarie per un recupero completo. Gli studi più recenti dimostrano come l’eccessiva immobilizzazione e il solo controllo del dolore non siano sufficienti per favorire una vera guarigione tissutale.

Domande frequenti su PEACE & LOVE

Il protocollo PEACE & LOVE si applica solo agli sportivi?

Assolutamente no. Anche se questo metodo nasce in ambito sportivo, è altamente utile per chiunque abbia subito un trauma muscolare o articolare, incluse persone sedentarie, anziane o con ridotta mobilità. Il protocollo è pensato per supportare il recupero fisiologico dei tessuti e può essere adattato a qualsiasi livello di attività.

Hai subito un trauma muscolare o articolare?

Nel mio studio applico il protocollo PEACE & LOVE nei percorsi di riabilitazione sportiva e per il recupero da lesioni ortopediche.

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Lesione legamento crociato anteriore

Legamento crociato anteriore, operarsi o no?

Ritorno allo sport dopo la lesione

Dopo una lesione del legamento crociato anteriore (LCA) è possibile tornare a praticare sport senza un intervento chirurgico. La raccomandazione più recente nella gestione di soggetti con una lesione del LCA è infatti quella di affrontare un’adeguata riabilitazione, cioè trattarli in modo conservativo. (https://misuse.ncbi.nlm.nih.gov/error/abuse.shtml)

Cos’è il legamento crociato anteriore?

Il legamento del crociato anteriore è uno dei quattro legamenti più importanti del ginocchio. È così definito perché insieme al suo omonimo posteriore si incrocia al centro dell’articolazione. La sua funzione è quella di stabilizzare il ginocchio, infatti impedisce che la tibia si sposti in avanti rispetto al femore.

Il legamento crociato anteriore è sottoposto ad estreme sollecitazioni, soprattutto in sport con cambi di direzione. La sua lesione è infatti uno dei traumi sportivi più frequenti. (Scopri la Fisioterapia sportiva)

Studio KANON

Su questo tema lo studio KANON ha mostrato che solo il 51% dei pazienti trattati conservativamente ha richiesto in seguito un intervento chirurgico. Lo studio ha valutato il livello di ripresa dell’attività sportiva (RTS) dopo una lesione del LCA in pazienti che hanno seguito un programma di riabilitazione incentrato principalmente sul recupero della forza e della stabilità dinamica.

I soggetti sono stati contattati dopo 12 mesi dall’infortunio e la maggior parte ha dichiarato di aver modificato l’attività sportiva. Nello specifico hanno detto di prestare una maggiore attenzione ai movimenti e in particolare all’appoggio del piede. Secondo lo studio, infatti, l’89% dei pazienti non chirurgici è tornato a praticare sport senza bisogno di un intervento chirurgico. Inoltre il 33% dei pazienti trattati praticava uno sport che prevede cambi di direzione e l’11% svolgeva attività a livello competitivo.

In conclusione, lo studio KANON mette in evidenza l’importanza della fisioterapia nei soggetti con lesione del legamento crociato anteriore screditando così il tradizionale approccio di ricostruzione chirurgica.

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In evidenza una spalla congelata, o capsulite adesiva

Spalla congelata: intervieni tempestivamente!

Cos’è la spalla congelata?

La spalla congelata, detta anche capsulite adesiva o frozen shoulder, è una patologia della spalla che porta a una riduzione del movimento dell’articolazione. È spesso accompagnata da dolore alla spalla e se non trattata in modo tempestivo può portare alla totale rigidità. La capsulite adesiva ha un’incidenza del 3% sulla popolazione ed è più diffusa tra le donne di età compresa tra i 40 e i 60 anni.

Si può dividere in due categorie:

  • Spalla congelata primaria, che non ha una causa scatenante ed è la più diffusa.
  • Spalla congelata secondaria, cioè correlata a una o più cause che possono essere sistemiche, come il diabete, o localizzate come ad esempio una prolungata immobilizzazione in seguito a un trauma.

Quali sono i sintomi della spalla congelata?

Il sintomo più diffuso della capsulite adesiva è l’impossibilità di movimento nelle varie direzioni. Inoltre si presenta spesso un dolore notturno aspecifico, cioè non riconducibile a un trauma o un’attività specifica.

La patologia si sviluppa generalmente in 3 fasi:

  1. Congelamento, o freezing, ossia la progressiva perdita di movimento e un aumento del dolore. Questa fase dura 3 o 4 mesi.
  2. Rigidità, o frozen, cioè la fase in cui il dolore generalmente diminuisce ma la rigidità permane. Dura dai 4 ai 12 mesi.
  3. Scongelamento, o thawing, ovvero la fase risolutiva durante la quale si ha un recupero parziale o totale e un graduale ritorno alla normalità.

Trattamento della spalla congelata

Il trattamento della spalla congelata ha come obiettivo il recupero funzionale dell’articolazione e quindi della mobilità. Questo viene affidato al fisioterapista che ha un approccio conservativo, cioè interviene con fisioterapia, terapie fisiche e terapie farmacologiche di antinfiammatori.

In alcuni casi possono essere indicate delle infiltrazioni di cortisone al fine di ridurre l’infiammazione articolare e quindi il dolore.

Laddove le terapie non dovessero essere efficaci e il dolore dovesse limitare le attività quotidiane si può intervenire chirurgicamente. Il trattamento chirurgico viene fatto in artroscopia e consente un rapido avvio della riabilitazione già il giorno dopo l’intervento.

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