Dolore al ginocchio: cause reali, segnali clinici e quando intervenire con la fisioterapia
Il dolore al ginocchio è uno dei problemi più comuni che tratto nel mio studio di fisioterapia a Firenze e, in generale, una problematica diffusa essendo il ginocchio una delle articolazioni più sollecitate del corpo. A volte serve intervenire più rapidamente che altre ma, in ogni caso, aspettare che passi da solo dopo giorni o settimane di attesa non è sicuramente una soluzione.
Se ti trovi in questa situazione, con questo articolo vorrei aiutarti a capire cosa sta succedendo davvero al tuo ginocchio e quando ha senso intervenire col supporto di un fisioterapista.
INDICE
- Quando il dolore al ginocchio è davvero un problema articolare
- Perché fa male il ginocchio? Le condizioni più frequenti che vedo ogni giorno in studio
- I sintomi da non sottovalutare che orientano davvero la diagnosi
- I 3 errori che peggiorano il dolore al ginocchio nei primi giorni
- Quando il dolore al ginocchio non nasce dal ginocchio (e come lo riconosco nella pratica clinica)
- Quando serve davvero il fisioterapista (e quando no)
- Le terapie che utilizzo per trattare il dolore al ginocchio
- Tre casi di dolore al ginocchio dal mio studio
- Domande frequenti sul dolore al ginocchio
Quando il dolore al ginocchio è davvero un problema articolare
Quando un paziente arriva nel mio studio per il dolore al ginocchio, la prima cosa che valuto è se il dolore viene effettivamente da lì o se è solo il punto in cui si manifesta un problema che ha origine altrove. Questa distinzione cambia completamente l’approccio terapeutico iniziale. A volte, un’anca ipomobile, una lombalgia cronica o un appoggio asimmetrico del piede possono generare dolore al ginocchio, in assenza di condizioni a carico di quest’ultimo.
Dolore da struttura vs dolore da carico
Un dolore strutturale nasce da una condizione reale: una meniscopatia, un’artrosi avanzata, una rottura legamentosa. Un dolore funzionale nasce invece da un problema di carico (troppo o troppo poco) o controllo motorio: qui il ginocchio lavora in modo scorretto perché, a loro volta e per primi, anca, coscia o piede lavorano in maniera scorretta. In entrambi i casi il dolore è reale, ma il trattamento è molto diverso. Confondere i due è uno degli errori più frequenti che porta ad un protrarsi del dolore ed una spesa economica non da poco conto.
Perché fa male il ginocchio? Le condizioni più frequenti che vedo ogni giorno in studio
Osservando la distribuzione dei casi che tratto a Firenze, emergono alcune condizioni ricorrenti: buona parte riguarda la sindrome femoro-rotulea e meniscopatie di varia entità, seguono poi le tendinopatie da sovraccarico e l’artrosi. A queste si aggiungono spesso manifestazioni secondarie come versamenti articolari e cisti di Baker, che non sono condizioni a sé ma la risposta dell’articolazione a uno dei problemi elencati sopra o a un trauma.
Gonfiore ed edema
Il gonfiore al ginocchio non è mai un problema a sé: è sempre la risposta dell’articolazione a qualcos’altro. Può comparire in modo acuto dopo un trauma (caduta, distorsione, colpo diretto), oppure in modo progressivo e ricorrente nel caso di patologie infiammatorie croniche. C’è anche il gonfiore post-chirurgico, che fa parte del normale processo di guarigione ma va gestito con attenzione per non rallentare il recupero. In tutti i casi, ignorarlo significa ignorare il segnale che l’articolazione sta inviando.
Lesione o sofferenza meniscale
Nei casi di meniscopatia, il dolore è localizzato ai lati del ginocchio (interno o esterno, anteriore o posteriore) e può derivare da un trauma distorsivo o dall’usura progressiva. Quando si parla di menisco si pensa subito alla chirurgia, ma la scelta giusta dipende dal tipo di lesione.
Se la lesione è strutturale, in particolare la lesione “a manico di secchio”, quasi sempre causata da un trauma distorsivo, la valutazione ortopedica è necessaria per capire se l’artroscopia sia indicata: è l’unico tipo di lesione meniscale per cui la chirurgia è oggi considerata la via principale. Se invece si tratta di una sofferenza meniscale da usura progressiva, la fisioterapia è quasi sempre il punto di partenza corretto. Il segnale più utile per orientarsi non è l’intensità del dolore, ma la sua localizzazione precisa e la presenza di blocco o cedimento durante la rotazione: questi due elementi, più di qualsiasi esame, mi dicono quale strada prendere.
Sindrome femoro-rotulea
Qui il dolore è generalmente localizzato nella parte davanti al ginocchio, e si riscontra spesso nei runner, nei ciclisti e in chi fa sport con salti ripetuti, anche se può colpire anche chi lavora seduto a lungo e riprende l’attività fisica con una cattiva gestione del carico. La causa principale qui non è il ginocchio: è un problema di controllo motorio tra quadricipite, anca e core. Trattare solo il ginocchio senza correggere il pattern di movimento non risolverebbe nulla a lungo termine.
Tendiniti e sovraccarichi funzionali
Alcune strutture interne del distretto del ginocchio (come il tendine rotuleo, la zampa d’oca, il bandelletto ileo-tibiale) si irritano quando il carico supera la loro capacità di adattamento o a causa di posture prolungate, ma c’è una differenza importante tra infiammazione vera e irritazione da carico: la prima risponde al riposo, la seconda peggiora con il riposo prolungato e migliora con il movimento guidato.
Artrosi del ginocchio (gonartrosi)
L’artrosi rappresenta l’assottigliamento della cartilagine ed è tipica nei pazienti over 60, spesso accompagnata da gonfiore visibile. In realtà a causare il dolore non è solo l’usura ma un ciclo difficile da interrompere:
Dolore → Riduzione del movimento → Perdita di forza muscolare → Aumento del carico sull’articolazione non dolente → Più dolore.
La velocità con cui si perde massa muscolare quando si smette di caricare il ginocchio viene spesso sottovalutata. Interrompere quel ciclo è possibile attraverso esercizio mirato e terapia strumentale. Questo può fare tutta la differenza tra un paziente che si opera e uno che invece non ne ha più bisogno.
Cisti di Baker e versamenti articolari
La cisti di Baker è un accumulo di liquido sinoviale nel cavo popliteo che causa solitamente dolore dietro al ginocchio. Non è però una diagnosi ma è un sintomo: il liquido si accumula perché l’articolazione è irritata per un’altra ragione (che sia un’artrosi, una meniscopatia o un’infiammazione cronica), pertanto trattarla senza identificare la causa primaria è inutile.

I sintomi da non sottovalutare che orientano davvero la diagnosi
Ci sono caratteristiche del dolore al ginocchio che aiutano molto a capire cosa sta succedendo, prima ancora di qualsiasi esame strumentale. Vediamo le più frequenti.
“Il ginocchio fa male quando lo piego o lo estendo”
È uno dei sintomi che sento descrivere più spesso, ma la sua origine cambia molto a seconda del contesto.
Un dolore anteriore che compare scendendo le scale o dopo una lunga seduta fa pensare alla sindrome femoro-rotulea: il problema è nel modo in cui la rotula scorre nel suo allineamento sotto carico. Un dolore laterale o interno che si acuisce con la rotazione o in posizione accovacciata è invece più indicativo di sofferenza meniscale. Quando il dolore compare soprattutto durante l’estensione finale e si accompagna a rigidità mattutina, il pensiero va all’artrosi. In ogni caso, queste indicazioni aiutano a capire da dove partire ed è sempre necessaria una valutazione clinica.
Dolore in movimento vs dolore a riposo e di notte
Il momento in cui compare il dolore spesso mi dice più della sua intensità: il ginocchio che protesta solo quando aumenta il carico racconta una storia diversa dal ginocchio che fa male anche fermo. Il dolore al ginocchio di notte o a riposo, indica un’infiammazione attiva che non aspetta lo stimolo meccanico per manifestarsi. Questa seconda situazione richiede attenzione più urgente.
Ginocchio gonfio: quando è un segnale di allarme
Un ginocchio che si gonfia rapidamente dopo un trauma (nelle prime 2 ore) può indicare un’emorragia articolare e richiede valutazione ortopedica. Un gonfiore graduale che si ripresenta dopo l’attività è quasi sempre legato ad artrosi o infiammazione cronica. Il versamento articolare ricorrente danneggia la cartilagine nel tempo: non va ignorato.
Blocchi, click e instabilità
Un click isolato e indolore non è quasi mai un problema. Quando il ginocchio si incastra e non riesce ad estendersi però può indicare un frammento meniscale mobile e merita una valutazione rapida. La sensazione di cedimento sotto carico va sempre approfondita.
I 3 errori che peggiorano il dolore al ginocchio nei primi giorni
1. Riposo totale prolungato. Fermarsi completamente per più di 3-4 giorni, salvo trauma acuto grave, è quasi sempre controproducente. Tendini, muscoli e cartilagine hanno bisogno di stimolo meccanico per guarire. Il riposo totale riduce il dolore nel breve periodo ma rallenta la guarigione e aumenta la perdita di forza, talvolta la causa originale del problema.
2. Ripresa troppo precoce dell’attività. Tornare ad allenarsi appena il dolore diminuisce, senza adeguare il carico alla nuova capacità della struttura che si è appena ripresa dall’infortunio, porta quasi sempre a una recidiva più grave della prima.
3. Uso scorretto di ghiaccio e antinfiammatori. Il ghiaccio è utile nelle prime 24-48 ore su un trauma acuto. Usarlo cronicamente su un dolore da sovraccarico può rallentare i processi di riparazione. Gli antinfiammatori riducono il sintomo ma non la causa: usati troppo a lungo, mascherano i segnali che il corpo manda e rischiano di far fare al paziente cose che non dovrebbe.

Quando il dolore al ginocchio non nasce dal ginocchio (e come lo riconosco nella pratica clinica)
Una parte importante dei pazienti che vedo in studio arriva con una diagnosi già impostata sul ginocchio, ma con un comportamento del dolore che non torna con i classici quadri articolari. In questi casi il ginocchio è spesso il punto finale di una catena di compensi, non la causa primaria del problema.
Un esempio frequente è la limitazione della mobilità dell’anca, in particolare nella rotazione interna: quando l’anca non si muove correttamente, il ginocchio è costretto a “compensare” durante ogni passo, soprattutto nelle attività ripetute come corsa o camminata veloce.
Un altro caso molto comune è legato alla riduzione dell’attivazione del CORE, spesso associata a lombalgia cronica o sedentarietà prolungata. In questo caso il ginocchio deve compensare la mancanza di stabilità ai livelli più alti e “lavora male”.
Anche il piede gioca un ruolo decisivo: una riduzione del controllo dell’arco plantare modifica l’intera cinematica dell’arto inferiore, alterando la distribuzione delle forze lungo la catena cinetica.
Clinicamente, la differenza non la fa solo il dolore riferito dal paziente, ma ciò che emerge durante l’osservazione del movimento:
- squat
- cammino
- discesa di un gradino
Se il dolore cambia significativamente con piccole modifiche del gesto motorio, è spesso un segnale che il problema non è esclusivamente locale. In questi casi, trattare solo il ginocchio porta miglioramenti temporanei, ma non risolve la causa.
Tre casi di dolore al ginocchio dal mio studio
Quando il problema non era il ginocchio: recupero di un runner con dolore femoro-rotuleo
Marco, 38 anni, aveva ridotto gli allenamenti per tre mesi senza miglioramenti. Il dolore, localizzato nella parte anteriore del ginocchio destro, era comparso dopo un aumento del chilometraggio e resisteva a qualsiasi tentativo di gestirlo con il riposo. Quando è arrivato da me, la valutazione ha mostrato una debolezza marcata dei glutei e una rotazione interna dell’anca durante la corsa: nessuna lesione strutturale, nessun problema al ginocchio in senso stretto. Sei settimane di lavoro sul rinforzo dell’anca e sulla correzione del pattern di corsa sono state sufficienti per tornare ad allenarsi senza dolore. Il ginocchio stava bene: era il sistema attorno a lui che non funzionava.
Menisco e risonanza: quando la fisioterapia evita un intervento non necessario
Carla, 52 anni, conviveva da quattro mesi con un dolore persistente al compartimento interno del ginocchio sinistro. La RMN mostrava un segnale alterato del menisco mediale e l’ortopedico le aveva proposto l’artroscopia come opzione. Abbiamo concordato un trial fisioterapico prima di prendere qualsiasi decisione chirurgica: otto settimane con laser ad alta potenza, lavoro sul controllo motorio e rinforzo progressivo. Al termine, il dolore si era ridotto quasi del tutto e la funzionalità era recuperata.
Artrosi del ginocchio: come il recupero della forza può rimandare la protesi
Giorgio, 68 anni, era in lista d’attesa per la protesi al ginocchio sinistro. Quando è arrivato in studio, il quadricipite era visibilmente ipotrofico e il suo modo di camminare mostrava chiari compensi posturali per scaricare l’arto dolorante. Otto settimane di lavoro con magnetoterapia, esercizio progressivo e rieducazione del passo hanno cambiato la situazione: dolore gestibile, cammino autonomo, intervento rinviato di comune accordo con l’ortopedico. Non sempre va così, ma succede più spesso di quanto si pensi.
Lussazione della spalla: cosa fare dopo l’infortunio, tempi di recupero e riabilitazione
La lussazione della spalla è una problematica molto frequente (soprattutto per chi pratica sport) conseguente ad un trauma come una caduta o un movimento improvviso che porta a far uscire la spalla dal proprio assetto. In minor percentuale, la lussazione può essere dovuta a specifiche patologie degenerative.
La lussazione comporta generalmente forte dolore, una sensazione di instabilità e paura di muovere la spalla nel timore che il dolore possa acuirsi o si vada a peggiorare la situazione.
Il primissimo approccio in caso dell’evento traumatico, è quello di riportare la testa dell’omero nella sua posizione normale, poi immobilizzare l’articolazione. A seconda della gravità del caso, potrebbe sorgere anche la necessità di un intervento chirurgico per ristabilizzare l’articolazione.
In ogni caso, è importante che faccia seguito una fase di riabilitazione tramite cui rinforzare le strutture muscolari che comportano la stabilità della spalla, portando a un recupero articolare completo. Lo scopo di questo articolo è proprio quello di approfondire cosa comporta la riabilitazione della spalla con la fisioterapia e darti quindi gli strumenti giusti per capire cosa fare se ti trovi in questa situazione.
Indice dell’articolo:
- Cos’è la lussazione della spalla
- Sublussazione della spalla
- Cosa fare subito dopo una lussazione o sublussazione della spalla
- Tempi di recupero
- Perché la riabilitazione è fondamentale
- Fisioterapia per lussazione alla spalla
Cos’è la lussazione della spalla
Partiamo un po’ da lontano con una doverosa premessa: cosa si intende esattamente per lussazione della spalla?
Si definisce lussazione della spalla la situazione in cui la testa dell’omero si sposta dalla sua sede naturale, non trovandosi più a contatto con la cavità glenoidea (il punto in cui si articola con la scapola). Si distingue in lussazione anteriore o lussazione posteriore a seconda della posizione che assume la testa dell’omero: nella maggior parte dei casi l’instabilità è anteriore, ovvero l’osso del braccio (omero) si sposta davanti alla scapola.
La spalla può uscire completamente dalla sua sede (lussazione vera e propria) oppure spostarsi solo parzialmente e rientrare subito (in questo caso parliamo di sublussazione). In entrambi i casi, i tessuti che stabilizzano l’articolazione (legamenti, capsula, muscoli) subiscono un importante stress.

La lussazione è un infortunio piuttosto doloroso che non permette i normali movimenti dell’articolazione; quello della spalla è il tipo più frequente essendo la spalla l’articolazione più mobile del nostro corpo.
Sublussazione della spalla: cos’è e come riconoscerla
In caso di sublussazione, la spalla fuoriesce parzialmente e rientra subito nella sua posizione, in genere a causa di un movimento anomalo. Anche se lo spostamento è parziale, la sensazione è sempre quella di un forte dolore improvviso e non deve essere considerato un episodio di minore entità; le strutture articolari sono sottoposte ad un forte stress ed è fondamentale immobilizzare la parte e gestire gradualmente il recupero.
Cosa fare subito dopo una lussazione o sublussazione
Nelle ore e nei giorni immediatamente successivi a una lussazione o a una sublussazione, l’obiettivo principale è proteggere la spalla.
Nella fase acuta si lavora per ridurre il dolore alla spalla, limitare i movimenti che potrebbero stressare ulteriormente l’articolazione e permettere ai tessuti di iniziare a guarire. Spesso viene consigliata un’immobilizzazione temporanea con un tutore.
Uno degli errori più frequenti è cercare di riprendere subito con le normali attività sottostimando l’accaduto. Succede soprattutto dopo una sublussazione: la spalla rientra, il dolore cala e si ha l’impressione che il problema sia risolto. In realtà, legamenti, capsula articolare e muscoli stabilizzatori possono essere stati messi duramente alla prova.
Perché la riabilitazione è fondamentale
Dopo una lussazione, la spalla conserva memoria del trauma; i muscoli che ne controllano il movimento possono diventare meno reattivi e la capsula articolare più lassa, ma anche il cervello ci mette del suo portandoti a proteggere l’articolazione limitando alcuni movimenti.
Senza una riabilitazione mirata possono quindi comparire rigidità, instabilità cronica e paura del movimento, oltre a incorrere nel rischio di nuovi episodi di lussazione o sublussazione.
La fisioterapia serve proprio a:
- recuperare la mobilità
- rinforzare in modo selettivo i muscoli stabilizzatori
- migliorare il controllo neuromotorio
- ridurre il rischio di recidive
Non si tratta solo di “rinforzare”, ma di insegnare di nuovo alla spalla come muoversi in modo sicuro.

Recupero del legamento crociato anteriore senza intervento: quando è possibile e come avviene
Una lesione o rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è uno degli infortuni più frequenti tra chi pratica sport o attività fisiche intense. Spesso, al momento della diagnosi, nasce il dubbio se sia davvero necessario l’intervento chirurgico oppure sia possibile recuperare senza operarsi.
In molti casi, un percorso di riabilitazione mirato e personalizzato può consentire di recuperare pienamente la funzionalità del ginocchio senza ricorrere alla chirurgia.
In questo articolo, parleremo di:
- Quando puoi evitare l’intervento chirurgico per il crociato
- Cos’è il legamento crociato anteriore e perché può lesionarsi
- Sintomi di una lesione o rottura del crociato
- Recupero del legamento crociato anteriore senza intervento: quando è possibile
- Quando è necessario l’intervento chirurgico
- Tempi di recupero: cosa aspettarsi
- Come la fisioterapia a Firenze può aiutarti nel recupero
Cos’è il legamento crociato anteriore e perché può lesionarsi
Il legamento crociato anteriore (LCA) è uno dei principali stabilizzatori del ginocchio: collega femore e tibia, controllando i movimenti di rotazione e traslazione.
La rottura del crociato può avvenire a causa di una torsione improvvisa, di un arresto brusco durante una corsa o un salto, oppure per un trauma diretto. È molto frequente negli sport che prevedono cambi di direzione rapidi come calcio, basket, sci e pallavolo.
Quando si parla di rottura del crociato anteriore, la lesione può essere parziale o totale: nel primo caso, la stabilità del ginocchio può essere mantenuta e la riabilitazione conservativa rappresenta un’opzione valida.
Sintomi di una lesione o rottura del crociato
I principali sintomi di rottura del crociato includono:
- Dolore acuto e immediato al momento dell’infortunio
- Gonfiore importante entro poche ore
- Sensazione di instabilità o cedimento del ginocchio
- Difficoltà a sostenere il peso sull’arto infortunato
Un’attenta valutazione fisioterapica e funzionale permette di comprendere la gravità della lesione e di impostare il corretto percorso di trattamento.
Recupero del legamento crociato anteriore senza intervento: quando è possibile
Il recupero del legamento crociato anteriore senza intervento è possibile in presenza di:
- Lesione parziale del LCA
- Ginocchio stabile o con lieve instabilità
- Attività sportiva non agonistica o moderata
- Buon tono muscolare e controllo neuromotorio
In questi casi, la fisioterapia può sostituire l’intervento chirurgico, lavorando su stabilità, forza e propriocezione (capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio).
La decisione finale viene sempre presa in base a una valutazione accurata tra medico ortopedico e fisioterapista.
Quindi, in caso di crociato anteriore lesionato: operare o no?
La risposta non è universale poiché dipende dalla gravità del singolo caso, valutato in modo integrato tra medico e fisioterapista. Ciò che è certo è che la fisioterapia risulta essere una risposta non invasiva e concreta, sufficiente in molti casi e, negli altri, di supporto nel pre e nel post-operatorio.
Ricorda: ogni percorso di riabilitazione LCA deve essere personalizzato. Gli esercizi vanno modulati in base alla tipologia di lesione (parziale o completa), alla stabilità del ginocchio e agli obiettivi del paziente.
Quando è necessario l’intervento chirurgico
Non tutte le lesioni del crociato possono essere gestite senza intervento. La chirurgia diventa necessaria in presenza di:
- Lesione completa del LCA
- Instabilità marcata del ginocchio
- Pratica sportiva agonistica o ad alto impatto
- Lesioni multiple ai legamenti
In questi casi, si può optare per la ricostruzione del legamento crociato anteriore, talvolta con innesto o con legamento crociato artificiale. Anche in questo scenario, la fisioterapia resta fondamentale prima e dopo l’intervento per garantire il miglior recupero possibile.
Tempi di recupero: cosa aspettarsi
I tempi di recupero del crociato anteriore senza intervento variano in base alla gravità della lesione e alla costanza del paziente nel seguire il programma riabilitativo. In genere:
- Fase iniziale (riduzione dolore e gonfiore): 2-4 settimane
- Fase di rinforzo e stabilità: 6-10 settimane
- Ritorno graduale all’attività sportiva: 3-5 mesi
Un approccio conservativo ben gestito può portare a risultati eccellenti, con ripristino completo della funzionalità articolare.
Come la fisioterapia a Firenze può aiutarti nel recupero
Nel mio studio di fisioterapia a Firenze Sud, ogni percorso di recupero viene personalizzato in base alla tipologia di lesione e agli obiettivi del paziente.
Grazie all’integrazione di fisioterapia manuale, terapie strumentali e allenamento funzionale, è possibile tornare a muoversi in sicurezza, anche senza intervento chirurgico.
Scopri di più sulla riabilitazione sportiva a Firenze o prenota una visita fisioterapica per valutare il tuo percorso di recupero.
Artrite reumatoide: come la fisioterapia può aiutarti a muoverti meglio
Se convivi con l’artrite reumatoide saprai già che può significare fare i conti con dolore persistente, rigidità articolare e una sensazione di affaticamento che può influenzare profondamente la qualità della vita.
In molti casi, oltre alla terapia farmacologica, è fondamentale capire come muoversi senza peggiorare i sintomi, come gestire il dolore nel quotidiano e come mantenere l’autonomia nel tempo. In questo contesto si inserisce la fisioterapia che, sebbene non possa rappresentare una cura in senso stretto, è comunque un supporto fondamentale per gestire i sintomi e aumentare il grado di benessere; in questo articolo, parliamo proprio di questo.
In questo articolo:
- Cos’è l’artrite reumatoide e perché influisce sul movimento quotidiano
- Il ruolo della fisioterapia nella gestione dell’artrite reumatoide
- Quali trattamenti fisioterapici possono aiutare nell’artrite reumatoide
- Quando rivolgersi a un fisioterapista per l’artrite reumatoide
- Fisioterapia per artrite reumatoide a Firenze
Cos’è l’artrite reumatoide e perché influisce sul movimento quotidiano
L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica che causa un’infiammazione continua delle articolazioni. È una delle patologie infiammatorie più comuni e colpisce più spesso le donne. Di solito compare tra i 50 e i 60 anni, ma può manifestarsi a qualsiasi età.
Dal punto di vista clinico, la manifestazione più comune della patologia è la poliartrite infiammatoria simmetrica che interessa contemporaneamente più articolazioni: spesso mani, polsi, piedi e ginocchia. Oltre al coinvolgimento articolare, possono essere presenti anche manifestazioni extra-articolari come interessamento polmonare, vasculite o sintomi sistemici.
I sintomi più comuni sono stanchezza cronica, affaticamento, rigidità al mattino, dolore, gonfiore e perdita di forza. Questi problemi possono rendere difficile la vita di tutti i giorni e influire sul benessere generale. Anche attività semplici come vestirsi, cucinare o fare una breve passeggiata possono diventare impegnative per chi ha l’artrite reumatoide.
Quali trattamenti fisioterapici possono aiutare nell’artrite reumatoide
L’esercizio fisico è uno dei modi più efficaci per gestire l’artrite reumatoide. Aiuta sia il sistema muscoloscheletrico sia il benessere generale e psicologico. Un’attività fisica ben organizzata può ridurre il dolore, migliorare l’umore e combattere la stanchezza.
Tenendo conto delle condizioni di partenza, il fisioterapista valuta le condizioni iniziali e le articolazioni coinvolte, quindi crea un percorso dedicato con attività di intensità medio-bassa.
Anche la durata del percorso è importante: programmi brevi possono essere utili all’inizio, ma i risultati più duraturi per una migliore gestione del dolore e recupero funzionale, si vedono spesso con percorsi di 6-12 mesi. I pazienti possono quindi notare miglioramenti già dopo poche settimane, ma i cambiamenti più importanti arrivano con il tempo.

Quando rivolgersi a un fisioterapista per l’artrite reumatoide
È consigliato rivolgersi a un fisioterapista quando:
- Il dolore o la rigidità limitano le tue attività quotidiane,
- Noti una riduzione progressiva della forza o della mobilità,
- Desideri un supporto per mantenere uno stile di vita attivo in sicurezza.
Rivolgersi presto a un fisioterapista permette di impostare un percorso su misura, evitando compensi e sovraccarichi che nel tempo possono peggiorare i sintomi.
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Impingement femoro-acetabolare: cos’è e come si tratta
L’impingement femoro-acetabolare (in inglese “Femoroacetabular Impingement Syndrome” oppure FAI) è una condizione articolare dell’anca in cui si verifica un contatto anomalo prematuro tra la testa del femore e il margine dell’acetabolo (la cavità dell’osso iliaco che accoglie la testa femorale). Questo può apparire sia in correlazione a un movimento che mantenendo a lungo una posizione statica.
In condizioni normali, la testa del femore ruota liberamente nella cavità acetabolare grazie alla conformazione “a palla-e-presa” (ball-and-socket), permettendo un’ampia escursione articolare. Con la FAI, la forma ossea o la posizione delle componenti articolari impediscono la normale cinematica, generando attrito, microtraumi e lesioni della cartilagine o del labrum acetabolare.
Dal punto di vista clinico e radiografico, oggi si parla di “sindrome da impingement femoro-acetabolare” (FAIS) quando la deformità morfologica ossea è associata a sintomi e segni clinici.
Le principali tipologie: cam, pincer e forme miste
Le principali tipologie morfologiche della FAI sono le seguenti:
- Tipo Cam (a “camma”): la testa del femore non è sufficientemente sferica o presenta un’escrescenza ossea nella giunzione testa-collo (head-neck junction). Durante la flessione o la rotazione interna dell’anca, questa deformità “sborda” contro l’acetabolo, causando danni a cartilagine e labrum.
- Tipo Pincer (a “pinza”): l’acetabolo presenta un’eccessiva copertura della testa femorale (over-coverage) o un orientamento retroverso/alterato, e questo lascia meno spazio per la testa femorale durante il movimento, generando pinzamento del labrum e danno articolare.
- Forma mista (Cam + Pincer): è la forma più frequente. Molti pazienti presentano contemporaneamente alterazioni sia femorali sia acetabolari. In ogni caso, l’urto tra i capi articolari contribuisce all’usura dell’articolazione.
Queste alterazioni morfologiche non garantiscono automaticamente sintomi: esistono persone con alterazioni morfologiche compatibili con FAI ma asintomatiche.
La diagnosi di FAI richiede la triade: sintomi + segni clinici + evidenza morfologica.
Come si manifesta: i sintomi da non sottovalutare
Dolore all’inguine
Il sintomo più comune è il dolore localizzato nella zona inguinale, spesso definito come un dolore “profondo” o “interno” all’anca che può irradiarsi alla coscia o al gluteo.
Il dolore può essere scatenato da movimenti come la flessione dell’anca, la rotazione interna, lo stare seduti a lungo, o da attività sportive che coinvolgono l’anca in modo intenso.
Limitazioni nei movimenti dell’anca
I pazienti con FAI spesso presentano una riduzione della mobilità dell’anca, in particolare nella rotazione interna, nella flessione e nell’abduzione. Possono essere presenti manovre cliniche positive come la prova di flessione-addizione-rotazione interna (FADIR) o di flessione-adduzione-rotazione esterna (FABER) che provocano dolore o scrosci articolari (“click”).
Altri sintomi
Oltre al dolore e alla limitazione di movimento, la sintomatologia può prevedere:
- Click, “catching”, sensazione di blocco o cedimento dell’anca.
- Rigidità articolare, soprattutto al mattino o dopo un periodo di immobilità, talvolta dolore riferito al gluteo, alla coscia o all’inguine.
- In soggetti sportivi, peggioramento della performance, difficoltà nel cambio di direzione o nel mantenimento della flessione dell’anca.
Come viene diagnosticato il conflitto femoro acetabolare: esami e test clinici utili
Esami fisici
Una valutazione clinica accurata è il primo passo. L’anamnesi dovrebbe includere: storia del dolore (durata, localizzazione, fattori scatenanti), antecedenti sportivi, posture prolungate, etc.
Durante l’esame fisico si valuta la mobilità articolare (in particolare la rotazione interna dell’anca in flessione), la forza dei muscoli peri-acetabolari (adduttori, abduttori, flessori), la presenza di manovre di impingement come FADIR e FABER. In uno studio recente viene sottolineato che pazienti con FAI mostrano forza ridotta in muscoli come gluteus maximus/minimus, rotatori esterni, adduttori.
Test di imaging
Gli esami radiologici sono fondamentali per identificare le alterazioni morfologiche ossee:
- Radiografia standard (antero-posteriore del bacino + proiezione laterale del collo femorale) utile per valutare angolo alpha, angolo centro-marginale laterale, offset della testa/collo, copertura acetabolare.
- RM o artro-RM (risonanza magnetica) per valutare lesioni del labrum, della cartilagine articolare e altri tessuti molli.
- In alcuni casi TC (tomografia computerizzata) per valutare con dettaglio la morfologia ossea.
È importante sottolineare che la sola presenza di alterazioni morfologiche non è sufficiente per la diagnosi: occorre correlazione clinico-strumentale.
Visita specialistica
È consigliabile che il paziente sia valutato da un ortopedico esperto in anca o struttura di medicina dello sport che possa integrare clinica, radiologia e stabilire la strategia terapeutica più adeguata. In particolare, la presenza di: dolore persistente nonostante terapia conservativa, segni radiologici di usura articolare (artrosi iniziale) o forte limitazione funzionale suggerisce necessità di consulenza chirurgica.
Trattamento fisioterapico dell’impingement: obiettivi e tecniche efficaci
La fisioterapia rappresenta la prima linea per la gestione della FAI sintomatica (in assenza di grave artrosi o deformità irreversibili). Gli obiettivi principali sono: migliorare la stabilità lombo-pelvica, la forza dei muscoli dell’anca, correggere squilibri muscolari e schemi motori alterati, ridurre i movimenti che generano impingement.
In un’analisi prospettica condotta da Pennock et al. su 76 pazienti adolescenti con Femoroacetabular Impingement Syndrome, un protocollo non operatorio (riposo, fisioterapia, modifiche dell’attività) ha evitato l’intervento chirurgico in circa l’82% dei casi dopo un follow-up medio di 2 anni (70% solo fisioterapia + 12% con iniezione).
Un piano fisioterapico ben strutturato deve prevedere una riduzione dell’attività fisica che grava sull’anca, concentrandosi invece su una rieducazione gesto-specifica: esercizi di potenziamento dei glutei, adduttori, rotatori esterni, core stability + stretching dei flessori/ischiocrurali. Questo approccio può migliorare significativamente la funzione e ritardare o evitare la chirurgia.
Esempio di schema del trattamento:
- Fase 1: mobilizzazione delicata, core activation, evitamento di attività scapriccianti dell’anca
- Fase 2: potenziamento eccentrico, neuromuscolare, controllo del movimento
- Fase 3: ritorno progressivo a sport o attività funzionali specifiche
Questa fase può essere integrata con l’assunzione di farmaci anti-infiammatori non steroidei e con il ricorso a terapie strumentali.
Farmaci antidolorifici
Gli anti-infiammatori non steroidei (FANS) possono essere utilizzati per controllare il dolore e l’infiammazione associata, permettendo una migliore partecipazione alla terapia fisica. In alcuni casi si valutano iniezioni intra-articolari (cortisone, acido ialuronico) come misura temporanea; tuttavia, la letteratura al momento indica beneficio solo a breve termine e non come soluzione definitiva.
Modifiche dell’attività fisica
È fondamentale che il paziente modifichi o eviti quegli esercizi/posizioni che aggravano il conflitto (es. flessione profonda dell’anca, squat profondo, lunghe sedute con anca flessa) e adotti posture più “amiche” per l’anca. L’attività fisica andrà adattata per mantenere il movimento e la forza, evitando tuttavia sovraccarichi o schemi motori che incrementano l’attrito articolare.
Quando valutare l’intervento chirurgico
Artroscopia dell’anca
Quando la terapia conservativa non è sufficiente (ad esempio dolore persistente, lesione del labrum, danno cartilagineo, limitazione funzionale) può essere indicato un intervento chirurgico sull’anca. Questo viene solitamente eseguito in artroscopia ed è consigliato per pazienti giovani e sportivi che non riescono ad allenarsi in modo performante.
I risultati a medio-lungo termine sono generalmente buoni, ma la selezione del paziente è cruciale (meno artrosi, buona cartilagine residua, motivazione al recupero).
Osteotomia
In casi selezionati, soprattutto quando l’alterazione è acetabolare grave (es. retroversione, over-coverage globale), può essere indicata un’osteotomia acetabolare (periacetabolare) per correggere l’orientamento del bacino e ridurre l’impatto meccanico. Questa opzione è più complessa e richiede un centro specializzato.
Altri interventi chirurgici
Altri interventi meno frequenti possono includere: chirurgia open con dislocazione dell’anca (oggi meno usata), oppure procedure combinate in presenza di artrosi avanzata che possono condurre a un’artroplastica totale dell’anca in futuro.
Riabilitazione post-operatoria
Dopo l’intervento chirurgico (soprattutto artroscopico), la fisioterapia è fondamentale per ripristinare la mobilità, la forza e i pattern motori corretti. L’approccio graduale deve rispettare le indicazioni del chirurgo (limitazione della flessione/rotazione nei primi tempi, protezione del labrum/fissatura se presenti).
La progressione verso l’attività sportiva deve essere ben guidata con una riabilitazione post-operatoria: inizialmente movimenti controllati, poi esercizi funzionali, infine sport specifici. Il ritorno completo allo sport può richiedere mesi, e la compliance del paziente è determinante per il risultato.
È importante un follow-up regolare con il chirurgo ortopedico per monitorare la guarigione, valutare la radiologia di controllo se indicato, e verificare l’assenza di complicanze come rigidità residua, persistente dolore o artrosi.
Prevenzione e stili di vita: come ridurre il rischio di recidiva
Una strategia preventiva consiste nel mantenere un buon tono muscolare e controllo neuromotorio dell’anca e del core. Esercizi mirati agli adduttori, glutei, rotatori esterni, stretching dei flessori dell’anca e degli ischiocrurali aiutano a preservare la meccanica articolare.
Evita posture e attività che impongono flessioni profonde, ad esempio squat senza controllo, correnti movimenti di torsione elevata dell’anca, sedute prolungate con anca flessa. Queste condizioni incrementano il rischio di conflitto articolare e aggravamento della FAI.
Sebbene non esistano linee guida specifiche che collegano l’alimentazione alla FAI, mantenere un peso corporeo adeguato e uno stile di vita attivo contribuisce a ridurre il carico sull’anca e a preservare la salute articolare. Posturalmente, è utile adottare sedute corrette, evitare di mantenere l’anca flessa per lunghi periodi, alternare posizione e movimento.
In conclusione: come gestire il conflitto femoro acetobolare
L’impingement femoro-acetabolare è una condizione che, se non correttamente diagnosticata e gestita, può portare a danno articolare e osteoartrite precoce.
L’approccio ideale segue una sequenza:
- identificazione precoce
- terapia conservativa mirata
- valutazione specialistica
- eventuale intervento chirurgico.
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Inibizione muscolare artrogenica
L’inibizione muscolare artrogenica (Arthrogenic Muscle Inhibition – AMI) è un disordine neuro‑riflesso che provoca debolezza e incapacità di attivare completamente il quadricipite, anche in assenza di danni diretti al muscolo o al nervo.
Questa inibizione si osserva in seguito a un trauma o a un intervento chirurgico come la ricostruzione del legamento crociato anteriore, gonfiore acuto o condizioni degenerative (es. osteo‑artrosi), e può compromettere la funzionalità motoria e la stabilità dell’articolazione del ginocchio.
I meccanismi dell’AMI non sono ancora del tutto noti, ma l’unica cosa certa al momento è come sia in parte causata dall’impossibilità di sviluppare la forza contrattile del muscolo.
L’inibizione muscolare artrogenica è clinicamente importante poiché porta ad una diminuzione della funzionalità fisica. Inoltre si aggiunge alle conseguenze sopracitate la debolezza del quadricipite causa un incremento del carico sul ginocchio con una conseguente perdita di tessuto cartilagineo ed una riduzione dello spazio articolare con conseguente artrosi precoce. È quindi per tutti questi motivi che risulta fondamentale un intervento tempestivo.
Importanza clinica e impatti funzionali
Riduzione della forza
Il quadricipite subisce una riduzione dell’attivazione volontaria fino al 30‑50% anche oltre 10‑15 giorni dall’insulto articolare. Può persistere una forma lieve di AMI anche a distanza di 6‑12 mesi o oltre, specie dopo artroplastica o lesione cronica.
Instabilità articolare e rischio di recidiva
Una perdita di forza muscolare e propriocezione aumenta il rischio di instabilità funzionale del ginocchio e recidiva di traumi. In caso di LCA, meniscopatia o artrosi precoce, l’AMI diventa un fattore cronico che impedisce il pieno recupero.
Prevenzione artrosi
Il carico assiale scorretto, promosso da un quadricipite sotto‑attivato, determina uno stress articolare elevato e un progressivo consumo cartilagineo. L’intervento tempestivo è dunque essenziale per prevenire degenerazione e osteo‑artrosi.
Strategie terapeutiche efficaci per contrastare l’AMI
Diversi studi hanno mostrato come la strategia migliore per gestire questa condizione sia:
- Crioterapia, cioè l’applicazione di ghiaccio o cryo-packs direttamente sull’articolazione. Funziona soprattutto in fase acuta (entro 48‑72 ore). Riduce l’eccitabilità degli interneuroni inibitori, modula i recettori cutanei e diminuisce l’attività riflessa inibitoria verso il quadricipite portando ad un miglioramento significativo.
- Fisioterapia, ovvero l’esercizio terapeutico con esercizi mirati e specifici per ogni paziente.
Il percorso fisioterapico, fra le altre cose, deve concentrarsi su esercizi di resistenza e rafforzamento muscolare.
Terapie strumentali come ultrasuoni ed elettrostimolazione, invece, si sono dimostrate poco efficaci per il trattamento dell’inibizione artrogenica.
Studio di riferimento: Arthrogenic muscle inhibition after ACL reconstruction: a scoping review of the efficacy of interventions
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Fibromialgia: come alleviare i disturbi grazie alla fisioterapia
La fisioterapia scende in campo come fedele alleata dei pazienti affetti da fibromialgia. Sempre più studi infatti dimostrano come il trattamento non farmacologico sia il più efficace. Così anche EULAR (European League Against Rheumatism) raccomanda la gestione del paziente fibromialgico tramite l’utilizzo di esercizi mirati al miglioramento della forza resistente e della capacità aerobica.
Cos’è la fibromialgia
La fibromialgia è una patologia cronica caratterizzata da dolori muscolari diffusi associati ad affaticamento, rigidità, problemi di insonnia, difficoltà di concentrazione e alterazioni dell’umore.
Le cause esatte dell’insorgenza di questa malattia non sono ancora note, ma gli esperti suppongono un’origine multifattoriale. Tra questi includono fattori genetici, infettivi, ormonali, traumi fisici e psicologici. L’ipotesi più plausibile è che venga compromesso il modo in cui il cervello processa il dolore, infatti chi soffre di fibromialgia avrebbe una soglia del dolore più bassa alla media.
Diagnosi di fibromialgia
La diagnosi della fibromialgia si basa su presenza e persistenza di dolori diffusi ma risulta particolarmente lunga perché gli specialisti devono prima escludere ogni altra possibile patologia. Si stima infatti che ci vogliano più di 2 anni per riconoscere la fibromialgia, con una media di 3,7 medici diversi consultati.
I numeri parlano del 2% della popolazione mondiale colpita da questa malattia, con una maggiore influenza sulle donne in età adulta.
Trattamento della fibromialgia
Le linee guida EULAR sul trattamento della fibromialgia di basano sullo studio di G. J. Macfarlane (puoi leggerlo qui) che si è posto come obiettivo la revisione delle indicazioni terapiche basandosi sull’evidenza scientifica.
Sulla base di questo studio, e di altri precedenti, si può affermare che il primo passo per la gestione della fibromialgia deve essere l’educazione del paziente. E’ stata infatti evidenziata l’importanza di far comprendere al soggetto la situazione clinica e i vari fattori che la influenzano, in modo tale da poter agire anche sull’aspetto biopsicosociale.
Il secondo passo deve essere poi un approccio non farmacologico, con particolare attenzione al miglioramento di:
- Forza resitente, cioè la capacità del muscolo di durare per un tempo relativamente lungo
- Capacità aerobica, cioè la quantità di tempo in cui si riesce a tenere ritmi elevati
Nel caso in cui queste terapie non risultino efficaci si può considerare un approccio combinato, valutando anche terapie farmacologiche. Si è visto che piccoli miglioramenti sono stati ottenuti con:
- Agopuntura, con un miglioramento del dolore del 30%
- Agopuntura ed elettricità, con un miglioramento del dolore del 40% e dell’affaticamento del 20%
Si sono invece dimostrate scarsamente efficaci le terapie meditative, così come il biofeedback, l’ipnoterapia e il massaggio.
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PEACE & LOVE, ecco il metodo per guarire da un trauma muscolare.
Negli ultimi anni la gestione di distorsioni, stiramenti o contusioni ha subito un’evoluzione importante grazie a un nuovo protocollo: PEACE & LOVE. Questo approccio moderno, fondato su evidenze scientifiche, permette di guidare il recupero in modo più efficace e personalizzato, sia nella fase acuta che in quella sub-acuta e cronica.
Gestire traumi e lesioni muscolo-scheletriche: la nuova guida PEACE & LOVE
Quante volte ti sei chiesto come comportarti dopo una distorsione alla caviglia o un trauma muscolare? La risposta più efficace oggi è l’acronimo PEACE & LOVE!
PEACE & LOVE è stato proposto per la prima volta da alcuni autori su British Journal of Sports Medicine per sostituire definitivamente il R.I.C.E. e rappresenta il nuovo protocollo per le lesioni dei tessuti molli. Oltre alla gestione del danno nell’immediato, il protocollo si pone obiettivi a lungo termine, infatti non agisce esclusivamente sull’infortunio ma lavora sulla persona, in modo tale da abbattere il rischio di recidiva.
Fino ad oggi gli approcci più conosciuti erano:
- ICE (ghiaccio-compressione-elevazione)
- RICE (riposo-ghiaccio-compressione-elevazione)
- POLICE (protezione-carico ottimale–ghiaccio-compressione-elevazione)
Questi approcci però, nel tempo, si sono dimostrati poco efficaci.
Capiamo meglio cosa significa la sigla PEACE & LOVE

Subito dopo l’infortunio, si parla di P.E.A.C.E., cioè:
- Protezione, bisogna infatti salvaguardare l’arto infortunato da ulteriori traumi
- Elevazione dell’arto per ridurre il ristagno di liquidi
- Antinfiammatori (NON assumerne!) Il corpo ha bisogno di un processo di guarigione fisiologica, assumerne significherebbe solo ritardare questo processo
- Compressione, un bendaggio appositamente confezionato aiuta a riassorbire i liquidi e quindi a ridurre il gonfiore
- Educazione, il paziente deve essere informato sulle tutte le fasi della guarigione e sull’importanza della fisioterapia attiva, riducendo così al minimo le sedute passive che risultano poco utili alla ripresa
La settimana successiva al trauma si può passare al L.O.V.E., ovvero:
- Load (carico), aumento progressivo del carico rispettando il dolore
- Ottimismo, fortunatamente non siamo fatti solo di muscoli ed ossa! Anche il nostro aspetto psicologico vuole la sua parte, un approccio positivo è uno dei punti chiave per una guarigione ottimale
- Vascolarizzazione, passato altro tempo è possibile riprendere una blanda attività cardiovascolare per restituire una corretta circolazione sanguigna ai tessuti e facilitarne quindi la guarigione
- Esercizi, se tutto procede bene e i parametri come dolore e gonfiore lo permettono, possiamo iniziare un lavoro specifico per tornare alle attività della vita quotidiana e allo sport
Riassumendo, nella prima fase è importante proteggere la struttura lesionata, cercando di evitare le attività che aumentano il dolore. Da sottolineare è il consiglio di evitare l’utilizzo degli anti-infiammatori, ancora largamente usati nella pratica clinica.
Nella seconda fase invece si pone l’attenzione sull’aumento di carico e sulla progressione dell’esercizio a discapito di trattamenti passivi e del riposo completo.
Perché R.I.C.E. è superato?
Il protocollo R.I.C.E. (Rest, Ice, Compression, Elevation), pur essendo stato per anni il riferimento nella gestione dei traumi, non tiene conto delle risposte biologiche e neurofisiologiche necessarie per un recupero completo. Gli studi più recenti dimostrano come l’eccessiva immobilizzazione e il solo controllo del dolore non siano sufficienti per favorire una vera guarigione tissutale.
Hai subito un trauma muscolare o articolare?
Nel mio studio applico il protocollo PEACE & LOVE nei percorsi di riabilitazione sportiva e per il recupero da lesioni ortopediche.
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Legamento crociato anteriore, operarsi o no?
Ritorno allo sport dopo la lesione
Dopo una lesione del legamento crociato anteriore (LCA) è possibile tornare a praticare sport senza un intervento chirurgico. La raccomandazione più recente nella gestione di soggetti con una lesione del LCA è infatti quella di affrontare un’adeguata riabilitazione, cioè trattarli in modo conservativo. (https://misuse.ncbi.nlm.nih.gov/error/abuse.shtml)
Cos’è il legamento crociato anteriore?
Il legamento del crociato anteriore è uno dei quattro legamenti più importanti del ginocchio. È così definito perché insieme al suo omonimo posteriore si incrocia al centro dell’articolazione. La sua funzione è quella di stabilizzare il ginocchio, infatti impedisce che la tibia si sposti in avanti rispetto al femore.
Il legamento crociato anteriore è sottoposto ad estreme sollecitazioni, soprattutto in sport con cambi di direzione. La sua lesione è infatti uno dei traumi sportivi più frequenti. (Scopri la Fisioterapia sportiva)
Studio KANON
Su questo tema lo studio KANON ha mostrato che solo il 51% dei pazienti trattati conservativamente ha richiesto in seguito un intervento chirurgico. Lo studio ha valutato il livello di ripresa dell’attività sportiva (RTS) dopo una lesione del LCA in pazienti che hanno seguito un programma di riabilitazione incentrato principalmente sul recupero della forza e della stabilità dinamica.
I soggetti sono stati contattati dopo 12 mesi dall’infortunio e la maggior parte ha dichiarato di aver modificato l’attività sportiva. Nello specifico hanno detto di prestare una maggiore attenzione ai movimenti e in particolare all’appoggio del piede. Secondo lo studio, infatti, l’89% dei pazienti non chirurgici è tornato a praticare sport senza bisogno di un intervento chirurgico. Inoltre il 33% dei pazienti trattati praticava uno sport che prevede cambi di direzione e l’11% svolgeva attività a livello competitivo.
In conclusione, lo studio KANON mette in evidenza l’importanza della fisioterapia nei soggetti con lesione del legamento crociato anteriore screditando così il tradizionale approccio di ricostruzione chirurgica.
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Spalla congelata: intervieni tempestivamente!
Cos’è la spalla congelata?
La spalla congelata, detta anche capsulite adesiva o frozen shoulder, è una patologia della spalla che porta a una riduzione del movimento dell’articolazione. È spesso accompagnata da dolore alla spalla e se non trattata in modo tempestivo può portare alla totale rigidità. La capsulite adesiva ha un’incidenza del 3% sulla popolazione ed è più diffusa tra le donne di età compresa tra i 40 e i 60 anni.
Si può dividere in due categorie:
- Spalla congelata primaria, che non ha una causa scatenante ed è la più diffusa.
- Spalla congelata secondaria, cioè correlata a una o più cause che possono essere sistemiche, come il diabete, o localizzate come ad esempio una prolungata immobilizzazione in seguito a un trauma.
Quali sono i sintomi della spalla congelata?
Il sintomo più diffuso della capsulite adesiva è l’impossibilità di movimento nelle varie direzioni. Inoltre si presenta spesso un dolore notturno aspecifico, cioè non riconducibile a un trauma o un’attività specifica.
La patologia si sviluppa generalmente in 3 fasi:
- Congelamento, o freezing, ossia la progressiva perdita di movimento e un aumento del dolore. Questa fase dura 3 o 4 mesi.
- Rigidità, o frozen, cioè la fase in cui il dolore generalmente diminuisce ma la rigidità permane. Dura dai 4 ai 12 mesi.
- Scongelamento, o thawing, ovvero la fase risolutiva durante la quale si ha un recupero parziale o totale e un graduale ritorno alla normalità.
Trattamento della spalla congelata
Il trattamento della spalla congelata ha come obiettivo il recupero funzionale dell’articolazione e quindi della mobilità. Questo viene affidato al fisioterapista che ha un approccio conservativo, cioè interviene con fisioterapia, terapie fisiche e terapie farmacologiche di antinfiammatori.
In alcuni casi possono essere indicate delle infiltrazioni di cortisone al fine di ridurre l’infiammazione articolare e quindi il dolore.
Laddove le terapie non dovessero essere efficaci e il dolore dovesse limitare le attività quotidiane si può intervenire chirurgicamente. Il trattamento chirurgico viene fatto in artroscopia e consente un rapido avvio della riabilitazione già il giorno dopo l’intervento.
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